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sabato 19 agosto 2017

Gesù invita a una fede volontaria e guidata dall’amore che è per eccellenza un atto di libertà. - Le prediche di Spoleto 2017 LA PREGHIERA DI GESÚ: IL PADRE NOSTRO - "Sia fatta la tua volontà" Card. Gianfranco Ravasi

LA PREGHIERA DI GESÚ:
IL PADRE NOSTRO
a cura dell’Archidiocesi Spoleto-Norcia in collaborazione con Festival di Spoleto 60

È ormai tradizione che il Festival di Spoleto proponga nel suo programma un ciclo di "Prediche" che, grazie ad interventi qualificati, offra a quanti le vogliano ascoltare qualche spunto di riflessione e approfondimento.
Dopo le felici esperienze degli anni passati, il 2017 affronta il tema della preghiera partendo dal testo che Gesù di Nazareth ha consegnato ai suoi discepoli: il Padre nostro. Con Tertulliano, scrittore del secondo secolo d.C., la tradizione delle Chiese cristiane vede in quelle parole un compendio di tutto il Vangelo. In esse sono contenute le dimensioni essenziali della predicazione di Gesù e si ritrova come l’introduzione al suo insegnamento e al mistero stesso della sua esistenza.
Anche oggi, ripercorrere questo testo e addentrarsi nelle domande che formula - dal pane quotidiano al perdono reciproco - conduce a scoprire che cosa significhi pregare, se sia possibile parlare a Dio, se non si tratti di una illusione, se possiamo domandargli effettivamente qualcosa. Perché per pregare è indispensabile trovare il cammino del cuore; il cuore inteso non come luogo della vita affettiva e delle emozioni, ma come il centro della persona, punto preciso in cui l’uomo si conosce in verità. È per questa ragione che la preghiera non si può definire come un discorso rivolto a Dio o una riflessione intellettuale sull’essere di Dio. La preghiera cristiana si colloca su un altro piano. È un dialogo tra due esseri.
+ Renato Boccardo


Sia fatta la tua volontà
Card. Gianfranco Ravasi *
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
sabato 8 luglio

Tertulliano, che è stato il primo commentatore cristiano del “Padre nostro” con la sua De oratione Domini scritta alla fine del II secolo, affermava che questa preghiera insegnata da Gesù è il «breviarium totius evangelii» (1,6): non per nulla è incastonata dall’evangelista Matteo in quel Discorso della montagna considerato da molti come la Magna Charta del cristianesimo. Meditare il testo dell’oratio perfectissima – così la definiva san Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae (II,II, q.83, a.9) – è perciò una via per ritrovare la sostanza del messaggio cristiano. Anzi, un teologo, Aimé Solignac, riteneva che «il Padre nostro può essere anche la preghiera di tutti i figli di Abramo, espressione della loro fede in un Dio personale che è Padre e Creatore e di amore fraterno verso tutti gli uomini ». Ora, la terza invocazione «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» è in un certo senso lo sviluppo logico della precedente «Venga il tuo Regno». Infatti la volontà divina ha per oggetto proprio l’attuazione del Regno di Dio che si compie nella pace, nella salvezza, nella giustizia: «Dio nostro salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Timoteo 2,3- 4). Anzi, «Questa è la volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Matteo 18,14). «Fare la volontà del Padre » è anche l’impegno fondamentale di Cristo: «Io sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato» (Giovanni 6,38-39). Nel momento supremo della sua morte Gesù si rivolge al Padre così: « Abbà, Padre, tutto a te è possibile, allontana da me questo calice! Tuttavia non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu!» (Marco 14,36).

«Fare la volontà del Padre» è anche l’impegno primario del discepolo, come si ripete nel Vangelo: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli... Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Matteo 7,21; 12,50). Certo, talora agli occhi degli uomini la volontà divina risulta misteriosa, fin oscura: «Tutti gli abitanti della terra sono, davanti a lui, come un nulla; egli tratta come vuole le schiere del cielo e gli abitanti della terra. Nessuno può fermargli la mano e dirgli: “Che cosa fai?”» (Daniele 4,32). E la protesta di Giobbe ne è una testimonianza lacerante. Proprio partendo da tale contrappunto tra volontà-libertà divina e volontà-libertà umana vorremmo riflettere su questa invocazione del “Padre nostro” approfondendo un tema che da sempre ha coinvolto la teologia e la spiritualità, quello dell’incrocio, talvolta problematico, tra grazia divina e libertà umana. Iniziamo dalla libertà-volontà umana esaltata in due passi biblici. Da un lato, la scena d’esordio delle Scritture: l’uomo e la donna sono collocati nei cc. 2-3 della Genesi all’ombra «dell’albero della conoscenza del bene e del male», un evidente simbolo della morale nei cui confronti la creatura si trova libera se accettarne il valore oppure, strappandone il frutto, decidere in proprio ciò che è bene e male. D’altro lato, citiamo un passo emblematico della sapienza d’Israele: «Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti, l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Siracide 15,14-17).

Ora, il tema dell’incontro tra volontà umana e volontà divina è complesso perché suppone un intreccio tra antropologia e teologia, cioè tra l’immanenza e la trascendenza, tra la creaturalità e la divinità, tra l’uomo/donna e Dio. Un incontro nel quale nessuno dei due protagonisti deve prevaricare sull’altro. Infatti, la creatura umana, dotata di libertà, non può ignorare il Creatore e la sua parola e, quindi, deve compiere una scelta libera ascoltando o rifiutando quella parola. Dio, d’altronde, ha scelto di avere di fronte a sé un interlocutore libero e non una stella regolata da meccaniche celesti obbligatorie e, quindi, rispetta la decisione umana, anche quando essa è negativa, pur non restando indifferente, e qui entra in scena il tema del giudizio morale sul bene e sul male.

La grazia divina, pur nella sua efficacia, scende quindi non all’interno di un oggetto inerte ma in un essere libero: egli può accogliere o rifiutare quel dono, può aprire o lasciare chiusa la porta della sua anima a cui bussa il Signore che passa, per usare la celebre metafora dell’Apocalisse (3,20). Esprimeva bene questo aspetto delicato e fondamentale – sul quale si sono accaniti per secoli i teologi cercando di definirne l’equilibrio – p. David M. Turoldo quando scriveva: «Sono certo che Dio ha scoperto me, ma non sono certo se io ho scoperto Dio. La fede è un dono, ma è allo stesso tempo una conquista».

[...] Essere liberi non è una pura e semplice reazione istintiva, né soltanto un sottrarsi a un’oppressione o a un’imposizione, ma è una scelta volontaria, coerente e cosciente tra opzioni differenti per una meta da raggiungere. Per questo il drammaturgo tedesco Georg Büchner nella Morte di Danton (1834) affermava che «la statua della libertà è sempre in fusione ed è facile scottarsi le dita». Vivere nella libertà autentica, come ricorda spesso anche san Paolo, è un atto impegnativo perché comporta una scelta rigorosamente volontaria e cosciente. Dal grande romanziere russo Fëdor Dostoevskij desumiamo una suggestiva riflessione su questo nesso tra fede e libertà, proprio partendo dalla figura di Cristo. Scriveva: «Tu non discendesti dalla croce quando ti si gridava: Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu! Perché una volta di più non volesti asservire l’uomo… Avevi bisogno di un amore libero e non di servili entusiasmi, avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio ». Lo scrittore rievoca la scena del Golgota col Cristo morente sbeffeggiato dai passanti: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo!» (Matteo27,39- 42). Come durante la sua esistenza terrena aveva evitato gesti taumaturgici spettacolari, preoccupandosi solo di sanare le sofferenze umane, spesso in disparte dalla folla e imponendo il silenzio ai miracolati, così in quel momento estremo Gesù affida la sua rivelazione non al prodigio ma allo scandalo della croce. Egli non cerca adesioni interessate e coatte, ma invita a una fede volontaria e guidata dall’amore che è per eccellenza un atto di libertà.

Senza questa dimensione la fede diventa parodia, come si intuisce dalla ricostruzione che la scrittrice francese Simone de Beauvoir faceva della sua crisi giovanile che le fece abbandonare la fede. Nelle sue Memorie di una ragazza perbene (1958) rievoca, infatti, il momento in cui in collegio, ascoltando una predica del cappellano p. Martin sull’obbedienza, si era fatta in strada in lei la necessità di liberarsi dall’incubo della religione, proprio perché essa – secondo quella visione che in realtà era una deformazione dell’autentica fede – comportava la cancellazione della libertà. Raccontava: «Mentre l’abate parlava, una mano sciocca si era abbattuta sulla mia nuca, mi faceva chinare la testa, mi incollava la faccia al suolo, per tutta la vita mi avrebbe obbligata a trascinarmi carponi, accecata dal fango e dalla tenebra; bisognava dire addio per sempre alla verità, alla libertà, a qualsiasi gioia». Per questo è importante un annuncio corretto della fede che, senza concedere nulla a un accomodamento troppo facile o a un compromesso generico e comodo, non deformi però la vera anima della fede, introducendo un volto sfigurato di un Dio imperiale e tirannico, quella che Lutero chiamava la simia Dei, cioè la “scimmiottatura di Dio”. Il credere genuino non è schiavitù ma libertà, non è imposizione ma ricerca, non è obbligo ma adesione, non è cecità ma luce, non è tristezza ma serenità, non è negazione ma scelta positiva, non è incubo minaccioso ma pace. Come affermava in un suo saggio, Vivere come se Dio esistesse, il teologo tedesco Heinz Zahrnt, «Dio abita soltanto là dove lo si lascia entrare».


*CARD. GIANFRANCO RAVASI | Nato nel 1942 a Merate (Lecco), esperto biblista ed ebraista, è stato Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano e docente di Esegesi dell’Antico Testamento alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Arcivescovo dal 2007, è stato creato cardinale da Benedetto XVI nel 2010. È Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. La sua vasta bibliografia ammonta a circa centocinquanta volumi, riguardanti soprattutto argomenti biblici, letterari e di dialogo con le scienze: edizioni curate e commentate dei Salmi (3 volumi), del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici, del Libro della Sapienza e di Qohelet. Molto noti al grande pubblico titoli come: Breve storia dell’anima (2003), Breviario Laico (2006), Questioni di fede(2010), Le parole del mattino (2011), Guida ai naviganti (2012), L’incontro, Esercizi Spirituali in Vaticano (2013), Il cardinale e il filosofo e Le meraviglie dei Musei Vaticani (2014), Le pietre di inciampo del Vangelo (2015), Le Beatitudini (2016). Il Cardinal Ravasi collabora a giornali, tra i quali L’Osservatore Romano, Avvenire, sul quale ha tenuto per oltre quindici anni la rubrica "Mattutino", e Il Sole 24 Ore. Conduce da più di venticinque anni la rubrica domenicale Le frontiere dello Spirito sull’emittente televisiva "Canale 5". Il Cardinal Ravasi è membro di una ventina di Accademie italiane e internazionali (tra le quali l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Accademia letteraria Parnassos di Atene), così come è stato insignito di vari Premi sia letterari sia civili, di diverse onorificenze di Stati e di una quindicina di lauree honoris causa conferitegli da università in varie parti del mondo.

venerdì 18 agosto 2017

Bruno e Luca. L'atroce stupidità del terrorismo di Maurizio Patriciello

Le due vittime italiane dell'attentato a Barcellona,
Luca Russo (a sinistra) Bruno Gulotta
Bruno e Luca. 
L'atroce stupidità del terrorismo 
di Maurizio Patriciello

Giovanissime vite stroncate, giovani donne cui sono stati strappati i loro compagni, bambini rimasti orfani all’improvviso. Un dolore, una rabbia immensi e bisogna ricominciare. Senza cedere alla disperazione, allo scoraggiamento, all’odio; senza permettere alla paura, alla sete di vendetta di paralizzarti. Bisogna, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, rimboccarsi le maniche e continuare a vivere per i grandi ideali in cui hanno creduto Bruno e Luca, i due italiani morti a Barcellona; insistere sui valori che, pur tra vicende avverse e contraddittorie, hanno fatto grande l’ Europa e l’ Occidente. Dar loro voce, amplificarli. Incarnarli.

A Barcellona, ancora una volta, è andato in scena l’odio assassino. Stupido. Becero. Capace solo di impaurire, distruggere, insanguinare. Uccidere.

A Barcellona giovedì c’eravamo tutti. Tutti gli uomini e le donne di buona volontà che credono nel progresso rispettoso dell’ ambiente, della natura, della cultura, degli altri. Che non vogliono mai fare al prossimo quello che non desiderano venga fatto a loro.

A Barcellona, giovedì, c’erano la civiltà, la ragione, la voglia di vivere, la fede. C’erano persone create a immagine di Dio. C’ erano i nostri figli, i nostri genitori, le nostre spose, i nostri amici. Barcellona, che vede milioni di persone affollare le strade, i locali, le spiagge, gli alberghi, ci ha affratellati. Sulla Rambla ci siamo sorpresi, ancora una volta, piccoli, indifesi, sperduti come un gattino sfuggito dalle mani della padroncina e immensi come il cielo che incanta le Baleari.

A Barcellona ci siamo convinti – se ancora ce ne fosse bisogno – che solo l’ amicizia tra i popoli e le diverse culture, la solidarietà tra i paesi ricchi e quelli poveri, il dialogo, la comprensione, l’amore, può tenere insieme questa umanità bella e tormentata.

Barcellona ci ha fatto conoscere Bruno, un giovane italiano in vacanza con sua moglie e i figlioletti di 5 anni e 7 mesi. Mai avrebbe potuto immaginare che la passeggiata su una delle strade più famose del mondo si sarebbe trasformata nella tragedia più terribile della sua breve vita.

La morte è arrivata improvvisa. Atroce, sciocca, stupida. Violentissima. Non ha avuto il tempo di guardarla in volto, Bruno, anche perché non aveva un volto, ma un ghigno orribile, spaventoso. Una maschera agghiacciante. Bruno ha capito subito di dover mettere in salvo i suoi bambini. È riuscito a farlo poco prima che il ghigno se lo trascinasse via. Luca, il ragazzo che vediamo nella foto con la fascia fra i capelli, era un giovane di ingegnere di Bassano del Grappa. Era arrivato con la fidanzata a Barcellona inseguendo la scia del bello. Arte, storia, architettura, sole, mare. La sua sorte, il suo nome, la sua vita si sono intrecciati con quelle di altri fratelli e sorelle mai conosciuti prima. Persone amanti della bellezza, della libertà. Persone libere della libertà che accomuna i sogni del meglio dell’ umanità. Liberi per rendere più libero il mondo, i figli, i propri paesi. Perché senza libertà le piante dell’amicizia, della convivenza, dell’amore, della fede non potranno mai attecchire. Senza libertà si spegne la voglia di lottare, di progettare, di sognare. Di essere uomini. Vogliamo chiamarli per nome questi due fratelli italiani – ma volendo ricordare tutte le vittime dell’ attentato - per far sapere ai loro cari che li sentiamo nostri, che piangiamo la loro scomparsa. Per chiedere ai credenti di unirsi alla preghiera del Papa per loro, per le altre vittime, per le loro famiglie, per i feriti, per Barcellona. Per la pace nel mondo.

Vogliamo alzare la voce e gridare il nostro no fermo, deciso, convinto a ogni terrorismo. Per chiedere ai grandi della terra di avere a cuore i paesi poveri. Di essere con essi solidali, giusti, comprensivi. Vogliamo ricordare che una società veramente civile e democratica si fa carico dei più deboli, degli esclusi, di chi è rimasto indietro. E lo aiuta a rimettersi al passo con la storia. L’Occidente, impregnato di cristianesimo anche quando non se ne accorge, non può dimenticare che “Liberté, Egalité, Fraternité” sono gemelli siamesi: stanno insieme o cadono insieme. E potranno rimanere uniti solo se a tutti viene concesso di accedere alla sala del banchetto. Se tutti possono prendere la parola nella sala del Capitolo.
(fonte: Avvenire)



Condanna ad ogni forma di terrorismo e vicinanza e preghiere per le vittime e i feriti e solidarietà alla Spagna barbaramente colpita.


“Il Santo Padre ha appreso con grande preoccupazione quanto sta accadendo a Barcellona. Il Papa prega per le vittime di questo attentato e desidera esprimere la sua vicinanza a tutto il popolo spagnolo, in particolare ai feriti e alle famiglie delle vittime”. È quanto dichiarato ieri sera dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke.

Barcellona: vescovi spagnoli condannano attentato ed esprimono solidarietà alle vittime 

Vicinanza e preghiera per le vittime e le loro famiglie, sostegno alla società e alle forze di polizia, ferma condanna per l’attentato. È quanto esprimono i vescovi spagnoli in una nota della segreteria generale diffusa ieri sera a seguito del grave attacco terroristico che nel tardo pomeriggio ha colpito Barcellona. Secondo fonti ufficiali, al momento sono 13 i morti e oltre 80 i feriti falciati dal furgone che sulla Rambla de Canaletes ha percorso diverse centinaia di metri lungo il tratto pedonale e si è schiantato contro un chiosco vicino al mercato della Boqueria. “Di fronte a questo fatto tragico ed esecrabile – si legge nella nota -, la Conferenza episcopale spagnola vuole anzitutto mostrare la propria vicinanza e preghiera a tutte le vittime e alle loro famiglie. Vogliamo inoltre esprimere anche il nostro sostegno a tutta la società che viene attaccata con queste azioni, questa volta i cittadini di Barcellona, e alle forze di sicurezza”. Allo stesso tempo, proseguono i vescovi, “condanniamo ogni dimostrazione di terrorismo, pratica intrinsecamente perversa, del tutto incompatibile con una visione morale della vita, giusta e ragionevole. Non solo lede seriamente il diritto alla vita e alla libertà, ma è dimostrazione della più dura intolleranza e totalitarismo”. “Chiediamo a tutti i credenti – conclude la nota – di elevare preghiere a Dio affinché conceda il riposo eterno ai defunti, ristabilisca la salute delle altre vittime, dia consolazione alle famiglie e colmi di pace il cuore delle persone di buona volontà” e affinché “mai più si ripetano queste spregevoli azioni”.
 (fonte: Sir)

LA SPAGNA È SOTTO SHOCK PER L'OFFENSIVA DEL TERRORISMO

Questa mattina la Policia Nacional spagnola ha postato su Twitter l’immagine di un sole che sorge sul mare augurando il buon giorno alla Spagna e a Barcellona, con l’invito a restare forti e uniti di fronte al terrorismo.

Si tratta di un messaggio ottimista che fa seguito a uno dei giorni più tragici vissuti dalla Spagna negli ultimi anni. Era dall’11 marzo del 2004, giorno delle strage alla stazione Atocha di Madrid, che la Spagna non veniva colpita in modo così sanguinoso dal terrorismo. Allora morirono 191 persone e i feriti furono quasi 2.000.

Oggi la Spagna si è risvegliata intontita, consapevole che quello accaduto ieri a Barcellona non è il gesto di un cosiddetto “lupo solitario”. Ieri è entrata in azione una cellula terrorista agguerrita e organizzata, ramificata nel territorio. Se ne è avuta una ulteriore conferma nella tarda serata di ieri, quando un gruppo di terroristi è entrato in azione nella cittadina di Cambrils, una località turistica vicina a Tarragona, a sud di Barcelona. Il commando voleva colpire come a Barcellona travolgendo con un veicolo la folla che passeggiava sul lungomare nella calda sera estiva. Sei persone sono state travolte e ferite (una in modo grave, pare accoltellata da un terrorista in fuga), ma questa volta c’è stato il rapido intervento della polizia. Dopo una violenta sparatoria sono rimasti uccisi 5 terroristi. Secondo alcune fonti, gli uomini indossavano cinture esplosive.

Le notizie arrivate nella notte da Cambrils sono state un ulteriore shock per la Spagna, già tramortita dalla strage del pomeriggio sulla Rambla di Barcellona. Qui, poco dopo le 17 di ieri, un furgone ha travolto la folla che passeggiava nella zona pedonale più frequentata della città catalana. L’attacco ha provocato 13 morti e 90 feriti. Le vittime sono di 18 nazionalità, come era facile aspettarsi in una città che ogni anno è visitata da oltre 30 milioni di turisti (in maggioranza francesi, inglesi e tedeschi). Per ora è confermata la morte di tre tedeschi, di un belga e di un cittadino italiano. Si chiamava Bruno Gulotta, 35 anni. Veniva da Legnano ed era in vacanza con la moglie e i figli. Altri 3 italiani sono feriti. Si contano anche 26 feriti francesi (11 in gravi condizioni). L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS, che in passato ha invitato più volte i suoi seguaci a colpire le città europee con questi attacchi “a basso costo”, in cui si fa il massimo del danno utilizzando semplicemente un veicolo con il quale scagliarsi sulla folla. prima di ieri i terroristi hanno già colpito in questo modo a Nizza, Berlino, Stoccolma, Parigi e Londra (3 volte).

La regione catalana è chiaramente sotto l’attacco di una rete terroristica molto bene organizzata. Gli investigatori spagnoli hanno messo in relazione la strage di Barcellona e l’attacco di Cambrils con l’esplosione avvenuta mercoledì scorso in un appartamento di Alcanar, una cittadina catalana nella provincia di Tarragona. L’esplosione ha ucciso una persona e ne ha ferite 7. In un primo tempo si pensava a una fuga di gas, ma poi è emerso che l’appartamento era un deposito di esplosivi, verosimilmente da utilizzare in qualche attentato.
...

Oggi la stampa spagnola fa notare che la comunità catalana ha assorbito la maggior parte di immigrati di fede musulmana arrivati in Spagna in seguito alle ondate migratorie degli ultimi anni. Non è corretto vedere un rapporto di causa ed effetto fra immigrazione e terrorismo, tuttavia questa concentrazione di musulmani è stata vista dai gruppi jihadisti come un possibile bacino in cui pescare potenziali terroristi. Si calcola che in Catalogna siano presenti un centinaio di luoghi di culto in cui si pratica l’islam salafita, considerato il più radicale.

Non sembra invece significativo il numero di “foreign fighters” spagnoli che si sono uniti alle milizie dell’ISIS in Iraq e in Siria, i quali potrebbero essere tornati in Spagna per continuare la guerra all’Occidente. Non sarebbero più di un centinaio, decisamente pochi rispetto a francesi, belgi, tedeschi, olandesi, danesi e britannici.




“Rapiti” da Lourdes. Dove l’ordine comune della società è capovolto di mons. Bruno Forte

“Rapiti” da Lourdes. 
Dove l’ordine comune della società è capovolto
 di mons. Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

Che l’esperienza di Lourdes affascini e parli alla vita lo dimostra tra tante la testimonianza di Franz Werfel, scrittore conosciuto per i suoi molti lavori, tra cui I quaranta giorni del Mussa Dagh, dove narra in modo realistico e struggente uno degli episodi più significativi del genocidio armeno.

Nato a Praga nel 1890, figlio di un commerciante ebreo, Werfel fu amico tra gli altri di Franz Kafka e Max Brod, divenendo a Vienna, dove si era trasferito, uno dei protagonisti più affermati della vita letteraria mitteleuropea, voce di un mondo di raffinata cultura, annientato dall’avvento della barbarie nazista. Come molti esponenti di origine ebraica, anche Werfel fu costretto alla fuga: profugo nel sud della Francia, cercò asilo a Lourdes, in una situazione drammatica in cui molti, specialmente ebrei di varie nazioni europee, lottavano per sopravvivere. Nel libro scritto nel 1941, intitolato Il canto di Bernadette, volle raccontare la storia di Bernadette Soubirous e delle apparizioni di Lourdes (riedito da Gallucci nel 2011, nell’unica traduzione autorizzata, quella di Remo Costanzi: la prima edizione italiana è del 1946), motivando così la sua scelta: “La Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino allora nemmeno la più superficiale nozione. Rimanemmo nascosti parecchie settimane nella città dei Pirenei. Fu un periodo di angosce, ma fu anche un periodo altamente significativo per me, poiché mi fu dato conoscere la meravigliosa storia della giovinetta Bernardette Soubirous e i fatti delle guarigioni di Lourdes. Un giorno, tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata ed avessi raggiunto la costa americana avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernardette come meglio avessi potuto. Questo libro è l’adempimento di un voto. Un canto epico nel tempo nostro non può che prendere la forma di un romanzo. “Bernardette” è un romanzo, ma non è un’opera di fantasia… Tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti... La loro verità è attestata da amici, nemici e osservatori spassionati… Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che non sono cattolico, ma ebreo… perché, sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.

La testimonianza di Franz Werfel è continuamente confermata dai milioni di pellegrini che si recano alla Grotta di Massabielle: ancora una volta ho potuto verificarlo, guidandovi un pellegrinaggio di un centinaio di giovani della diocesi a me affidata. Come Werfel essi sono stati “rapiti” da Lourdes: perché? Vorrei rispondere a questa domanda accennando a tre aspetti che hanno particolarmente colpito i giovani. 
Il primo è la straordinaria esperienza di preghiera, personale e comunitaria, che a Lourdes si può fare: la cura e la bellezza della liturgia e dei canti, la suggestione della processione eucaristica del pomeriggio e di quella “aux flambeaux” della sera, il numero di persone che provenienti da tutto il mondo si trovano unite in quella preghiera e nel silenzio orante davanti alla Grotta, parlano al cuore dei giovani con un’intensità toccante. Anche ragazzi che non provengono da particolari cammini di fede si sentono attratti dalla gioia e dalla bellezza di lasciarsi amare da Dio, come la Vergine Maria, che parla in ogni aspetto dell’esperienza di Lourdes portando i cuori a Cristo e all’adorazione del Dio tre volte Santo. 
Insieme con la preghiera, è l’incontro con gli ammalati che colpisce i giovani e letteralmente li trasforma: a Lourdes l’ordine comune delle nostre società è capovolto. Al primo posto ci sono i deboli, gli infermi, e tutto ruota intorno al servizio d’amore che viene reso loro: impressiona vedere come i giovani colgano questo messaggio e si sentano attratti da questa sovversione della logica che il consumismo e l’edonismo dominanti tendono a imporre. 
Infine, a Lourdes i giovani si riconoscono fratelli con l’umanità intera, di tutte le culture ed esperienze: i colori della pelle dei tanti pellegrini rappresentano veramente la famiglia umana nella varietà dei suoi volti e nella comune dignità di essere tutti persone umane, figli dell’unico Dio. A Lourdes la follia delle ideologie razziste e xenofobe appare in tutta la sua povertà culturale e spirituale, mentre si avverte l’urgenza di essere e volersi uniti nell’unica, comune avventura della vita al cospetto dell’Eterno e nella responsabilità verso gli altri. 
A Lourdes ci si scopre umani nel senso più profondo di questa parola, nella bellezza di ciò che significa, nella sfida e nella responsabilità di quanto comporta, affinché a nessuno sia negato il diritto a realizzare la propria esistenza nella verità, nella giustizia, nella libertà e nella pace, che spetta a ciascuno di poter vivere. Scuola di fede e di servizio agli altri, Lourdes è anche una grande scuola di umanità realizzata secondo il sogno di Dio, Padre di tutti.
(fonte: Il Sole 24 Ore)


giovedì 17 agosto 2017

«Entri chi ha il cuore in tempesta seppur in pantaloncini». Il decalogo di don Ciro Miele


«Entri chi ha il cuore in tempesta seppur in pantaloncini».

Il decalogo di don Ciro Miele


Sono i dieci motivi per cui non farsi frenare dall’entrare in Chiesa secondo don Ciro, parroco di San Maria delle Grazie a Lucera in provincia di Foggia, e lui li ha esposti fuori dalla sua chiesa. Sovvertendo in qualche misura le regole classiche o, come lui afferma, ribadendole ma senza escludere nessuno. «Perché il vero Tempio siamo noi»


«Entri chi ha il cuore in tempesta seppur in pantaloncini», «entri chi ne sente il bisogno seppure ha le spalle scoperte». E ancora, «è vero che il suono del cellulare disturba e distrae, ma è peggio se resti fuori per non spegnerlo o renderlo silenzioso». Sono questi alcuni dei punti del decalogo che don Ciro Miele, 49 anni, parroco dal 2009 di San maria delle Grazie a Lucera in provincia di Foggia ha esposto fuori dalla sua Chiesa attirandosi, per altro, anche non poche critiche.

«C’è chi ha invocato persino la sospensione» ci ha detto l’istrionico religioso raggiunto al cellulare nel piccolo paese pugliese. Lui che, in realtà, con una sottile ironia, ribadisce le regole del buon senso e della buona educazione ma le provoca a favore di chi per mille motivi, anche ben più importanti, si sente escluso dalla comunità. Se arriva a scrivere: «non temete se siete stanchi di sdraiarvi un attimo e trovare ristoro “nella Casa del Signore”».Ma don Ciro, discepolo di don Tonino Bello, a queste cose è ormai avvezzo. «Il decalogo l’ho trovato e adattato al mio stile perché mi piaceva. Credo che vada proposta una religione diversa da quella dei “divieti” che mostra un Dio che non è quello di Gesù. Il Signore ama te, non come ti vesti. Ovviamente con il dovuto rispetto». Per esempio, infatti, in Chiesa c’è un cane fedelissimo fedele che non salta una celebrazione. «Che fastidio dà? Perché dovrei cacciarlo? Questo non vuol dire che la Chiesa sia un luogo di bivacco». Linea sostenuta dal suo Vescovo di riferimento «e da questo Papa» aggiunge don Ciro. «Respiro a pieni polmoni l’aria della Chiesa di Francesco».

don Ciro Miele
Atteggiamento non propriamente condiviso dall’intera comunità di 8.000 anime circa che guida. Ma dalla maggioranza che gli vuole bene. «Io mi chiedo sempre: è bello entrare in una Chiesa Ma è bello entrare in una chiesa piena di divieti? Uno si sente escluso. E allora i segni sono importanti. Qual è il criterio per cui se uno ha i pantaloncini e non può entrare. Il vero tempio siamo noi. E poi domando alla mia gente: ma perché allora non ci indigniamo allo stesso modo per gli uomini, donne bambini che muoiono nel Mediterraneo? Eppure loro sono il tempio di Dio fatto carne».

È un fiume in piena don Ciro che preso dalla passione torna al suo maestro: «Don Tonino diceva sempre: “c’è tanto sacro e poca santità”. Io dico alla mia comunità. Ma se stiamo pregando e uno passa e ci saluta, che facciamo, non rispondiamo? E perché? Dov’è il Dio umano che insegna a essere umani? Quanto più siamo umani quanto più scopriremo il divino che è in noi». 

Lui che ogni anno organizza il pranzo coi poveri dopo Natale e invita anche i musulmani. «Ho amici non credenti che mandano i soldi per sostenere il pranzo perché non vogliono diventare cristiani ma vogliono aiutare e io sono felice anche perché alla fine della vita saremo misurati su cose umane: “avevo fame e voi mi avete sfamato”. Questo è il Regno di Dio».
(fonte: Famiglia Cristiana, articolo di Chiara Pelizzoni)

mercoledì 16 agosto 2017

Papa Francesco: Pedofilia, "un sacrificio diabolico", che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono.


Pedofilia, Papa Francesco chiede perdono: 
"Una mostruosità assoluta"
Daniel Pittet con il Papa in Vaticano nel 2015 

Torna a far parlare in Germania la condanna di Bergoglio alla pedofilia nella Chiesa contenuta nella prefazione scritta da Francesco al libro di Daniel Pittet e pubblicata oggi dalla Bild


"Si tratta di un'assoluta mostruosità, un peccato terribile, che contraddice tutto quello che la Chiesa insegna". In Germania tornano a far parlare le parole di condanna di Papa Francesco sulla pedofilia, parole dure scritte nella prefazione del libro di Daniel Pittet La perdono, padre - oggi sulla Bild - sulle giovani vittime di abusi sessuali subiti da religiosi. Il pontefice chiede perdono a tutti: "Alcune vittime si sono alla fine addirittura tolte la vita. Questi morti pesano sul mio cuore come sulla mia coscienza e sull'intera chiesa. Alle loro famiglie vorrei esprimere il mio amore, il mio dolore e chiedere in tutta umiltà il loro perdono".

Daniel Pittet, 58 anni di Friburgo, da bambino per anni ha subito violenza da un frate cappuccino: Joël Allaz. Dopo un lungo percorso di terapia ha deciso di raccontare in un libro il suo inferno e lo ha fatto in maniera diretta, cruda: "Ho passato anni a pensare che ero l'unico a subire quei pomeriggi da incubo, a cercare di dimenticare il suo corpo addosso al mio". 

Papa Francesco, dopo aver letto le pagine di Pittet, ha deciso di scrivere lui stesso la prefazione, condannando senza mezzi termini i tanti casi di pedofilia all’interno della Chiesa e i vescovi che li hanno coperti. Oltre alla prefazione del Pontefice, il libro contiene anche un’intervista a padre Joël Allaz di luglio 2016, in cui il prete parla dei tantissimi abusi commessi durante la sua vita sacerdotale. "L'anno scorso l'ho incontrato - ha raccontato Pittet - Era vecchio, ho faticato a riconoscere l'orco della mia infanzia. Mi ha guardato, ho visto la sua paura. Ma non mi ha chiesto scusa, non mi è sembrato pentito di tutto il male che ha fatto".

"Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? - si chiede il Papa nella sua prefazione al libro - Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato 'un 'sacrificio diabolico', che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa?".
(fonte: Repubblica 16/08/2017)

Il testo integrale della prefazione scritta da Papa Francesco
al libro di Daniel Pittet
«La perdono, padre» 

Per chi è stato vittima di un pedofilo è difficile raccontare quello che ha subito, descrivere i traumi che ancora persistono a distanza di anni. Per questo motivo la testimonianza di Daniel Pittet è necessaria, preziosa e coraggiosa.

Ho conosciuto Daniel in Vaticano nel 2015, in occasione dell'Anno della vita consacrata. Voleva diffondere su larga scala un libro intitolato "Amare è dare tutto", che raccoglieva le testimonianze di religiosi e religiose, di preti e di consacrati. Non potevo immaginare che quest'uomo entusiasta e appassionato di Cristo fosse stato vittima di abusi da parte di un prete. Eppure questo è ciò che mi ha raccontato, e la sua sofferenza mi ha molto colpito. Ho visto ancora una volta i danni spaventosi causati dagli abusi sessuali e il lungo e doloroso cammino che attende le vittime. Sono felice che altri possano leggere oggi la sua testimonianza e scoprire a che punto il male può entrare nel cuore di un servitore della Chiesa.

Come può un prete, al servizio di Cristo e della sua Chiesa, arrivare a causare tanto male? Come può aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio, e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato "un sacrificio diabolico", che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa? Alcune vittime sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono.

Si tratta di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna. Gesù usa parole molto severe contro tutti quelli che fanno del male ai bambini: "Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare" (Matteo 18, 6).

La nostra Chiesa, come ho ricordato nella lettera apostolica "Come una madre amorevole" del 4 giugno 2016, deve prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi. Abbiamo dichiarato che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione, e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato.

Nella disgrazia, Daniel Pittet ha potuto incontrare anche un'altra faccia della Chiesa, e questo gli ha permesso di non perdere la speranza negli uomini e in Dio. Ci racconta anche della forza della preghiera che non ha mai abbandonato, e che lo ha confortato nelle ore più cupe.

Ha scelto di incontrare il suo aguzzino quarantaquattro anni dopo, e di guardare negli occhi l'uomo che l'ha ferito nel profondo dell'animo.

E gli ha teso la mano. Il bambino ferito è oggi un uomo in piedi, fragile ma in piedi. Sono molto colpito dalle sue parole: "Molte persone non riescono a capire che io non lo odii. L'ho perdonato e ho costruito la mia vita su quel perdono".

Ringrazio Daniel perché le testimonianze come la sua abbattono il muro di silenzio che soffocava gli scandali e le sofferenze, fanno luce su una terribile zona d'ombra nella vita della Chiesa.

Aprono la strada a una giusta riparazione e alla grazia della riconciliazione, e aiutano anche i pedofili a prendere coscienza delle terribili conseguenze delle loro azioni.

Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia.


Ferragosto nel segno della tradizione e della solidarietà

Festa dell'Assunta. 
Il peso e la fiducia. Maria, le tradizioni, il mare, i ponti
di mons. Nunzio Galantino

Anche nel cuore dell’estate vacanziera si affacciano esperienze destinate a lasciare un segno profondo. Esperienze che parlano il vivo linguaggio della tradizione, da Nord a Sud, ricca di fede.


Anche nel cuore dell’estate vacanziera si affacciano esperienze destinate a lasciare un segno profondo. Esperienze che parlano il vivo linguaggio della tradizione, così diverso e distante da quel folclore che pretende di riesumare il passato a meri fini commerciali. Esperienze che, da nord a sud, qualificano sul territorio la proposta religiosa, culturale e turistica del nostro Paese. Davvero, come scrive papa Francesco, «una cultura popolare evangelizzata contiene valori di fede e di solidarietà che possono provocare lo sviluppo di una società più giusta e credente, e possiede una sapienza peculiare che bisogna saper riconoscere con uno sguardo colmo di gratitudine».

Per non restare nel vago, vorrei dedicare queste righe a raccontare in presa diretta ai lettori di "Avvenire" quanto ho vissuto ieri sera, vigilia della solennità dell’Assunta, a Monopoli. L’evento, oltre ad essere emblematico, offre alcune piste di riflessione dalle quali forse non sarebbe sbagliato lasciarsi coinvolgere. A mia volta, non esito a riconoscere di esserne rimasto tanto partecipe quanto commosso.

L’occasione era data dall’anniversario dell’approdo dell’icona bizantina della Madonna della Madia, avvenuto nel 1117 a bordo di una zattera composta da travi di pino d’Aleppo, alcune delle quali sono ancora custodite in Cattedrale. Novecento anni dopo, è toccato a me trovarmi a fianco di monsignor Giuseppe Favale, vescovo di quella diocesi, su una precaria imbarcazione a raccogliere la copia dell’icona della Vergine per mostrarla alle migliaia di persone che in attesa gremivano la riva.

Mentre mi avvicinavo al molo non potevo smettere di volgermi ad ascoltare quel mare che avevo alle spalle. Per secoli è stato un catino le cui acque non sono state solcate soltanto da guerrieri e mercanti, ma da dialetti e culture che hanno arricchito e avvicinato i popoli del Mediterraneo. Un mare divenuto strada per l’incontro, invece di muro e confine... E Maria – che oggi celebriamo tra la terra e il Cielo – non ci riconsegna forse la missione di farci costruttori di ponti tra Oriente e Occidente, tra vicini e lontani, tra uomini e donne, nella consapevolezza che la reciprocità è la prima condizione per camminare insieme?

Del resto, come possiamo immaginare di festeggiare l’Assunta, in cui la nostra umanità raggiunge la meta, se rinunciamo a stringere le mani che da questo stesso mare affiorano? Chi tocca un povero, dice ancora Francesco, tocca la carne di Cristo: passaggio non indolore, ma decisivo, nell’indicarci che ciò che dà valore a quello che siamo e che diventa via al Cielo è ancora una volta la disponibilità a prenderci cura dei fratelli, a riconoscerli tali, a far loro posto nel nostro cuore prima ancora che alla nostra stessa mensa.

Infine, come sfuggire alla suggestione legata alla provenienza delle travi della zattera? Aleppo non è soltanto un’indicazione geografica. Questa cittadina della Siria settentrionale – contesa, bombardata e saccheggiata a più riprese da un conflitto che dura da oltre 6 anni – è il simbolo di ogni tragedia che insanguina la dignità dell’uomo: penso ai tanti focolai di guerra sparsi nel Medio Oriente come in altre parti del mondo.

Vi assicuro che nell’alzare l’icona di Maria ho sentito sulle braccia e sul cuore il peso di questa umanità dolente e umiliata; ma nel gesto con cui ho benedetto la folla di Monopoli c’era anche la fiducia che con Maria è possibile tornare ad affidarci al Principe della Pace, affinché ispiri propositi e impegni di pacifica convivenza tra tutti.
(fonte: Avvenire)


15 agosto. 
In festa senza dimenticare i poveri. Pranzi in tutta Italia

Tante iniziative un po' ovunque. Da quelle della Caritas e della Comunità di Sant'Egidio. Ad Assisi si prega per la pace

Oltre che solenne festa mariana con la celebrazione dell’Assunta, il giorno di Ferragosto è il simbolo del periodo estivo di vacanza (per chi se la può permettere). Per questo assumono particolare significato le tante iniziative solidali che in tutta Italia si organizzano per non lasciare che nessuno venga dimenticato. Insomma, la solidarietà non va in vacanza.

Ormai tradizionali sono i pranzi, a cominciare da quello allestito dalla Comunità di Sant’Egidio alle 13 nella mensa dei poveri di via Dandolo 10 a Roma, bissato il 16 agosto alle 17 nello stesso luogo da una grande cocomerata. La Comunità informa che intanto «proseguono le "cene itineranti" nelle stazioni e in tutti quei luoghi, nel centro e nella periferia della città, dove vivono le persone senza dimora. Anzi, in questo periodo, il servizio si arricchisce di nuove presenze: sono in aumento – migliaia da tutta Italia – a trascorrere come volontari a Roma e in altre città un periodo di vacanze con la Comunità, per incontrare i poveri e dare un mano». È attivo inoltre il programma "Viva gli Anziani!", «per tutti gli ultraottantenni», che «ha intensificato la sua presenza durante il periodo estivo nell'emergenza caldo, ma anche in questi giorni in cui le città si svuotano. 

A Bologna pranzo di Ferragosto per 200 persone in situazione di disagio a Palazzo D'Accursio. Al tradizionale evento solidale organizzato dalla Caritas e offerto dalla Camst nel cortile d'onore del Municipio partecipa come cameriere anche l'assessore Riccardo Malagoli.

Ad Assisi invece la giornata offre l’occasione per una speciale preghiera per la pace: «Non possiamo rimanere indifferenti nei confronti di un mondo ferito da violenza, guerre, violazione di diritti umani – afferma il vescovo monsignor Domenico Sorrentino –. Non possiamo restare inerti, mentre ascoltiamo parole che riportano in scena addirittura la minaccia nucleare. Assisi intende far risuonare un'implorazione di saggezza, di pace, di solidarietà». Il messaggio diffuso dalla diocesi si unisce all’invito a «partecipare direttamente o attraverso il collegamento con la pagina Facebook della diocesi al Rosario per la pace alle 18 nel Santuario della Spogliazione».

«Quando i cuori sono diventati di pietra, solo la grazia che viene dall'alto può scioglierli. San Giovanni Paolo II – spiega Sorrentino – invitò in questa città, per chiedere il dono della pace, tutti i "credenti" del mondo, delle diverse tradizioni religiose. Per questo, ogni 27 del mese, ci ritroviamo idealmente in preghiera per questa intenzione. L'iniziativa sta raccogliendo l'adesione di credenti anche di altre religioni. In questa metà di agosto, nella festa dell'Assunzione di Maria al Cielo, vogliamo in qualche modo anticipare e prolungare questa preghiera». Le intenzioni di preghiera del Rosario verranno recitate da persone di diversi Paesi ricordando tutti i continenti.
(fonte testo: Avvenire)
Milano: il pranzo per i senzatetto all'oasi di via Lombroso
Milano pranzo all’Opera Cardinal Ferrari
Bologna il pranzo a Palazzo d'Accursio
Roma mensa di via Dandolo


Napoli Centro Polifunzionale S. Francesco a Marechiaro


«Portando Gesù, la Madonna ci porta una nuova capacità di attraversare con fede i momenti più dolorosi e difficili; ci porta la capacità di misericordia, per perdonarci, comprenderci, sostenerci gli uni gli altri.» Papa Francesco, Angelus del 15 agosto 2017 (Testo e video)

 SOLENNITÀ DELL'ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
ANGELUS
Piazza San Pietro
Martedì, 15 agosto 2017


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi, solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, il Vangelo ci presenta la giovane di Nazaret che, ricevuto l’annuncio dell’Angelo, parte in fretta per stare vicino a Elisabetta, negli ultimi mesi della sua prodigiosa gravidanza. Arrivando da lei, Maria coglie dalla sua bocca le parole che sono entrate a formare la preghiera dell’“Ave Maria”: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42). In effetti, il dono più grande che Maria porta a Elisabetta – e al mondo intero – è Gesù, che già vive in lei; e vive non solo per la fede e per l’attesa, come in tante donne dell’Antico Testamento: dalla Vergine Gesù ha preso carne umana, per la sua missione di salvezza.

Nella casa di Elisabetta e di suo marito Zaccaria, dove prima regnava la tristezza per la mancanza di figli, ora c’è la gioia di un bambino in arrivo: un bambino che diventerà il grande Giovanni Battista, precursore del Messia. E quando arriva Maria, la gioia trabocca e prorompe dai cuori, perché la presenza invisibile ma reale di Gesù riempie tutto di senso: la vita, la famiglia, la salvezza del popolo… Tutto! Questa gioia piena si esprime con la voce di Maria nella preghiera stupenda che il Vangelo di Luca ci ha trasmesso e che, dalla prima parola latina, si chiama Magnificat. È un canto di lode a Dio che opera cose grandi attraverso le persone umili, sconosciute al mondo, come è Maria stessa, come è il suo sposo Giuseppe, e come è anche il luogo in cui vivono, Nazaret. Le grandi cose che Dio ha fatto con le persone umili, le grandi cose che il Signore fa nel mondo con gli umili, perché l’umiltà è come un vuoto che lascia posto a Dio. L’umile è potente, perché è umile: non perché è forte. E questa è la grandezza dell’umile e dell’umiltà. Io vorrei domandarvi – e anche a me – ma non si risponde a voce alta: ognuno risponda nel cuore: “Come va la mia umiltà?”.

Il Magnificat canta il Dio misericordioso e fedele, che compie il suo disegno di salvezza con i piccoli e i poveri, con quelli che hanno fede in Lui, che si fidano della sua Parola, come Maria. Ecco l’esclamazione di Elisabetta: «Beata te che hai creduto» (Lc 1,45). In quella casa, la venuta di Gesù attraverso Maria ha creato non solo un clima di gioia e di comunione fraterna, ma anche un clima di fede che porta alla speranza, alla preghiera, alla lode.

Tutto questo vorremmo avvenisse anche oggi nelle nostre case. Celebrando Maria Santissima Assunta in Cielo, vorremmo che Lei, ancora una volta, portasse a noi, alle nostre famiglie, alle nostre comunità, quel dono immenso, quella grazia unica che dobbiamo sempre chiedere per prima e al di sopra delle altre grazie che pure ci stanno a cuore: la grazia che è Gesù Cristo!

Portando Gesù, la Madonna porta anche a noi una gioia nuova, piena di significato; ci porta una nuova capacità di attraversare con fede i momenti più dolorosi e difficili; ci porta la capacità di misericordia, per perdonarci, comprenderci, sostenerci gli uni gli altri.

Maria è modello di virtù e di fede. Nel contemplarla oggi assunta in Cielo, al compimento finale del suo itinerario terreno, la ringraziamo perché sempre ci precede nel pellegrinaggio della vita e della fede – è la prima discepola. E le chiediamo che ci custodisca e ci sostenga; che possiamo avere una fede forte, gioiosa e misericordiosa; che ci aiuti ad essere santi, per incontrarci con lei, un giorno, in Paradiso.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle,

a Maria Regina della pace, che contempliamo oggi nella gloria del Paradiso, vorrei affidare ancora una volta le ansie e i dolori delle popolazioni che in tante parti del mondo soffrono a causa di calamità naturali, di tensioni sociali o di conflitti. Ottenga la nostra Madre celeste per tutti consolazione e un futuro di serenità e di concordia!

Saluto tutti voi, romani e pellegrini provenienti da diversi Paesi! In particolare, saluto i giovani di Mira (Venezia) e l’Associazione Don Bosco di Noci. E anche saluto … vedo bandiere spagnole e polacche. Buona festa!

Vi ringrazio di essere venuti; vi auguro una buona festa della Madonna Assunta e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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martedì 15 agosto 2017

La Dormizione /Assunzione della Madre di Dio - L'esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine (Giovanni Paolo II) - La morte non ha interrotto la vita di Maria, ma l'ha introdotta nella pienezza della dimensione divina (Alberto Maggi) - Spiegazione dell'icona (don Gianluca Busi) - FESTA DELL'ASSUNTA, ECCO LE COSE DA SAPERE


Dormizione - Assunzione di Maria 
di Alberto Maggi

Qual è stata la fine di Maria? 
Nella chiesa primitiva si è preferito parlare di Dormizione, prendendo spunto dai Vangeli dove l'immagine del morire viene indicata con il verbo dormire. Cos'è il dormire? non è una fine, ma una pausa necessaria per permettere alla persona poi di riprendere con più vigore la sua esistenza...
Dal settimo secolo in poi nella nostra chiesa di occidente questa festa venne piano piano sostituita con la festa dell'Assunzione, ma entrambe, sia Dormizione che Assunzione intendono affermare la stessa realtà: la morte non ha interrotto la vita di Maria, ma l'ha introdotta nella pienezza della dimensione divina...
In realtà sulla fine di Maria c'era un testo molto prezioso composto da San Militone da Sarti, morto nel 190, che indica chiaramente come Maria morì nella parte alta di Gerusalemme, l'attuale monte Sion, e venne seppellita nella parte bassa, verso il Getsemani, in un sepolcro.
La tradizione patristica orientale ha arricchito questa teologia attraverso una delle immagini più stupende con le quali ci si indica questo fatto della Dormizione: l'icona della Dormizione di Maria...
I primi cristiani credevano profondamente che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda volta è per sempre! ...

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Giovanni Paolo II 
UDIENZA GENERALE Mercoledì, 25 giugno 1997

La dormizione della Madre di Dio
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E' possibile che Maria di Nazaret abbia sperimentato nella sua carne il dramma della morte? Riflettendo sul destino di Maria e sul suo rapporto con il divin Figlio, sembra legittimo rispondere affermativamente: dal momento che Cristo è morto, sarebbe difficile sostenere il contrario per la Madre.
In questo senso hanno ragionato i Padri della Chiesa, che non hanno avuto dubbi al riguardo.
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Il Nuovo Testamento non fornisce alcuna notizia sulle circostanze della morte di Maria. Questo silenzio induce a supporre che essa sia avvenuta normalmente, senza alcun particolare degno di menzione. Se così non fosse stato, come avrebbe potuto la notizia restare nascosta ai contemporanei e non giungere, in qualche modo, fino a noi?
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L'esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini, Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all'ora suprema della vita.


15 Agosto L’Assunta/Dormizione
spiegazione dell’icona di don Gianluca Busi
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La “dormitio Virginis” e l'assunzione, in Oriente e in Occidente, sono fra le più antiche feste mariane. Fu papa Pio XII il 1° novembre del 1950, Anno Santo, a proclamare solennemente per la Chiesa cattolica come dogma di fede l’Assunzione della Vergine Maria al cielo con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus
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La Chiesa ortodossa e la Chiesa apostolica armena celebrano il 15 agosto la festa della Dormizione di Maria.

COSA SI FESTEGGIA IN QUESTA SOLENNITÀ?
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QUAL È LA DIFFERENZA TRA “ASSUNZIONE” E “DORMIZIONE”?
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QUALI SONO LE FONTI?
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QUAL È IL SIGNIFICATO TEOLOGICO?
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COSA DICONO I PADRI DELLA CHIESA?
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PERCHÉ IL GIORNO DELL'ASSUNTA È DETTO ANCHE FERRAGOSTO?
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lunedì 14 agosto 2017

Il Salvador è ancora Romero

Il Salvador è ancora Romero

Il Salvador. E viene spontaneo pensare a Monseñor, come tutti lo chiamavano nelle strade del Salvador. Oscar Romero, il vescovo martire. Oggi Beato. Domani 15 agosto ricorrono i 100 anni dalla sua nascita, in una cittadina del Paese latino americano. Sono anche trascorsi tanti anni dal quel 24 marzo 1980, quando un colpo di fucile lo colpì a morte mentre celebrava la messa all’Ospedalito per malati terminali della capitale San Salvador. A colpirlo era la mano assassina del colonnello Roberto D’Aubuisson, un triste figuro dell’élite militare (sarebbe scomparso, non pentito –ma chi può dirlo veramente, se nessuno conosce gli angoli più reconditi del cuore umano - dopo alcuni anni consumato da un cancro che non gli aveva dato scampo). Il mandante era l’oligarchia salvadoregna, poche, potenti famiglie che non sopportavano che quel vescovo –la tonaca bianca sgualcita, il modo di fare dimesso ma fermissimo, la persona affabile cui si aggrappava la gente bisognosa di sostegno e d’aiuto- predicasse di giustizia sociale e di Regno di Dio, di fratellanza e della necessità di smetterla con l’insensata violenza.

Sono passati tanti anni ma Monseñor non è stato dimenticato. E’ ancora popolarissimo nei settori periferici delle cittadine di tutto il Salvador. Ancor più nelle campagne. Trovi la sua immagine all’interno delle abitazioni, sugli stipiti delle povere case di periferia. La sua storia si tramanda e viene raccontata dai genitori ai figli (ora che valicano quasi due generazioni). Quell’uomo di chiesa che ha cambiato l’immagine stessa dell’essere chiesa in Salvador, perché Oscar Romero è stato un segno di contraddizione, ha indicato una strada, un itinerario di conversione, lui che era partito nel suo episcopato, estremamente prudente e guardingo, da posizioni conservatrici (una chiesa in prevalenza “spirituale” attenta all’anima e meno alle vite concrete; una chiesa che non disdegnava l’alleanza trono-altare, ossequiata dai potenti, ecc.) per approdare, convertito dai suoi poveri, alla riscoperta di quello che lui chiamava il Vangelo di salvezza.

E non bisogna scordare che Oscar Romero, prima ancora che trafitto dai proiettili di D’Aubuisson, era stato crivellato dai colpi della calunnia e della diffamazione, gli ultimi anni della sua vita –quelli tra il 1977 e l’80- era stato letteralmente subissato di minacce. Contro il “vescovo comunista”, all’ “amico dei guerriglieri”, al fomentatore degli scioperi e dei disordini. Mica facile reggere un così incalzante ritmo di falsità! Non era mica di ferro l’arcivescovo metropolita di San Salvador, aveva le sue fragilità, come tutti. Non deve essere stato agevole per lui, dopo l’assassinio del suo grande amico, il gesuita padre Rutilio Grande, chiedere che tutte le messe fossero sospese per concentrarsi in un’unica grande celebrazione nella cattedrale. Il vescovo Romero piangeva ascoltando, in quei giorni, nel Salvador insanguinato, la storia della violenza subita da Marianella Garcia Villas, che dirigeva e coordinava il “Centro per i diritti umani” collegato all’Arcivescovado. Marianella che sarebbe, anche lei, caduta sotto i colpi dei militari e dopo essere stata violata e torturata. Romero aveva cercato ripetutamente –in qui frangenti- di trovare un ascolto a Roma, chiedendo un’udienza –non per lui, per la situazione di continuo pericolo che viveva il “suo popolo”, la gente semplice, le donne che reclamavano la scomparsa del marito, i genitori quella del figlio: a quelle persone infatti Oscar Romero si era legato indissolubilmente. E dopo tanto insistere da quell’udienza ne era uscito deluso e sconfortato: gli era stato consigliato di essere più prudente, non si immischiasse troppo in faccende delicate…Nel suo Diario Romero annota: forse a Roma non possono capire la nostra situazione, Roma è troppo distante da San Salvador…

E oggi Romero, con la sua sensibilità e il suo coraggio, sarebbe preoccupato di un fenomeno che sta inondando e devasta il Salvador come una metastasi. Quello delle maras, bande giovanili che seminano il terrore tra la gente e non solo nei quartieri bene dove aumenta in modo vertiginoso l’arruolamento di vigilantes privati per difendere le ville esclusive ove non manca niente, ma pure nei quartieri popolari di San Salvador, a San Miguel, Usulatàn, Puerto Cutuco, Santa Ana, Sonsonate, ancora di più sulla cittadina costiera di Acajutla dove il turismo attira squadre di ragazzi sbandati senza un futuro.

Il nuovo cardinale Gregorio Rosa Chavez, attuale vescovo ausiliare di San Salvador, grande amico fraterno di Romero, non esita a dire che “il Salvador attraversa ora una nuova fase di violenza, forse peggiore della guerra civile degli anni Ottanta e terminata faticosamente nel 1992.” E la violenza è perpetrata dai ragazzi, spesso giovanissimi che non si fanno riguardo di niente. Non hanno pietà di nessuno. Non hanno subito che violenza e ripagano con la violenza. E’ il frutto di una generazione perduta?

Viene a galla –per il Salvador, ma idem per il Guatemala (osservatorio coinvolto e fervido protagonista nel riscatto dei giovani è quello di Gerardo Lutte, salesiano nel cuore e nello spirito) e per l’Honduras, persino per il Costarica che fino a poco tempo fa non conosceva questo tipo di violenza che rasente il terrore- quello che è un autentico dramma latinoamericano. La disgregazione devastante delle famiglie, un greve machismo che persiste, le donne abbandonate con nidiate di figli e le donne rimangono, con la loro fedeltà e tenacia, tenerezza e consistenza, un baluardo che evita una completa catastrofica deriva.

E’ evidente che quando un giovane non ha nessun tipo di opportunità, la gang giovanile diventa un sostituto formidabile alla solitudine e all’isolamento. Nella banda –ma a che prezzo- il ragazzo diventa protagonista quando a casa le bocche da sfamare sono troppe, a scuola quale scuola se non c’è) il suo destino è scommessa persa in partenza. Solo nel gruppo che delinque c’è una piena accettazione. Un sentirsi vivi, da parte di migliaia di giovani.

E’ qui che si gioca la grande sfida per il futuro del Salvador, recuperare una generazione alla legalità e alla vita in una situazione che mons. Rosa Chavez non esita a definire “disperata”. Spes contra spem, stanno nascendo piccoli gruppi per accogliere i ragazzi delle maras, far sentire loro calore umano e amicizia. E’ l’educazione liberatrice che non può che vedere protagonisti gli stessi giovani “delinquenti”. Una fatica di Sisifo, apparentemente, un lavoro immane che vede i settori popolari della chiesa salvadoregna più avvertiti in prima fila. Rosa Chavez è convinto che questo, hic et nunc, è il sogno di una chiesa per cui Romero ha versato il suo sangue.

(fonte: Unimondo articolo di Roberto Moranduzzo da Vitatrentina.it)