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venerdì 21 luglio 2017

Al fianco dei migranti, non solo «a casa loro» di Nunzio Galantino

Al fianco dei migranti, non solo «a casa loro»
di Nunzio Galantino

segretario generale della Cei 
e vescovo emerito di Cassano all'Jonio



pubblicato su "Il Sole 24Ore"
il 14 luglio 2017




Liberi di partire, liberi di restare
Le buone intenzioni e i numerosi tentativi di affrontare l’ “ingombrante” tema/problema della mobilità umana continuano a cozzare contro l’oggettiva difficoltà di farvi fronte con i mezzi disponibili messi lodevolmente in campo ora dagli uni ora dagli altri. Quando un tema che vede coinvolti storie e volti concreti viene affrontato in maniera interessata, è difficile aspettarsi soluzioni praticabili. Soprattutto se si prende atto che i flussi migratori nel mondo sono in costante aumento: oltre 250 milioni di persone ogni anno si mettono “in cammino”, anche in condizioni tali da mettere a rischio la propria vita. Le ragioni sono note: alla mancanza di cibo, di acqua, di lavoro, di condizioni di vita minimamente dignitose, si sono aggiunte le guerre, i disastri, il degrado ambientale ecc.
Il dato più preoccupante riguarda la continua e rapida crescita del numero dei rifugiati, sfollati e richiedenti asilo. Oltre 65 milioni all’anno. Persone costrette a lasciare le proprie case e comunità di origine, spesso senza alcun progetto migratorio, con il solo obiettivo di fuggire da conflitti armati, gravi lesioni dei diritti umani fondamentali, regimi oppressivi, persecuzioni politiche e religiose, calamità naturali, tratta di esseri umani e molte altre cause specifiche dei territori e delle singole località di origine. La maggior parte di loro resta o all’interno dei propri Paesi (la situazione più rilevante resta la Siria) o nelle Nazioni confinanti, soprattutto nel Medio Oriente, in Africa e in Asia. Nei volti di chi riesce a raggiungere le nostre coste leggiamo sofferenza e morte, umiliazioni, ma anche sogni, desiderio di costruirsi un futuro. Al tempo stesso, la loro storia ci ricorda come sia loro negato il diritto di rimanere nella loro terra, violata in diversi modi.


A fronte di tutto ciò si impongono delle domande, soprattutto a chi non ama le semplificazioni e non ha da difendere interessi se non quelli legati alla vita e alla dignità delle persone. Come accompagnare queste persone “in cammino”? Come tutelare la loro libertà di partire e di restare? Giorno per giorno le cronache rendono conto di incontri, proclami, volontà decise a non girarsi dall’altra parte, ma anche di “giravolte” interessate e dettate dalla paura di perdere consensi.

Papa Francesco, da parte sua, in quattro verbi ha indicato alcuni percorsi possibili per affrontare il tema della mobilità: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.Sulla base di questo invito e condividendo la convinzione che tutti hanno diritto alla libertà di partire, ma anche alla libertà di restare o di ritornare nella propria patria, la Chiesta cattolica italiana - senza approcci buonisti e nel pieno rispetto della legalità - ha lanciato e sta realizzando la campagna “Liberi di partire, liberi di restare”. Un percorso di accoglienza, di tutela, di promozione e di integrazione che non di rado è all’inizio di un cammino di ritorno nel Paese di origine per contribuire a costruire una storia di libertà e favorire sviluppo. Sullo sfondo della campagna vi è una “pretesa”: indicare ulteriori vie che, unite alle tante già in atto, contribuiscano a uscire dall’impasse e a depotenziare insopportabili cori da stadio, incapaci di proposte costruttive.

Grazie ai fondi (30 milioni di euro) dell’8xmille, la campagna “Liberi di partire, liberi di restare” si rivolge soprattutto ai minori, per i quali papa Francesco ha rivolto le riflessioni centrali del messaggio di quest’anno in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Nella fase di attuazione della campagna sono coinvolti soggetti già operativi nel settore: l’Ufficio interventi caritativi a favore del terzo mondo, Caritas Italiana, Migrantes, Missio e Apostolato del mare. Con loro, operanti sui luoghi di provenienza dei migranti, sono impegnate realtà ecclesiali attive sul tema della mobilità umana: Istituti missionari, Congregazioni, Associazioni e Movimenti. Si tratta di persone e di istituzioni che conoscono bene ed accompagnano da sempre quelle storie.

Il progetto da centralità alle realtà locali, sia nei Paesi in via di sviluppo dove verranno indirizzati gli interventi più significativi, sia nei Paesi di transito, sia in Italia. Gli interventi si stanno già realizzando su tre livelli. In primo luogo nei 10 Paesi di maggior provenienza dei minori, con un’attenzione prioritaria all’Africa, secondo criteri di efficienza ed efficacia, impatto sociale degli stessi, praticabilità concreta, capacità operative dei soggetti attuatori e loro capillarità sul territorio. Vengono, poi, prese in considerazione le rotte migratorie, in particolare i Paesi del Nord Africa, luoghi di transito e di continue sofferenze dei migranti in generale e dei minori in particolare. Un terzo livello progettuale sta vedendo coinvolte le realtà ecclesiali attive nell’accoglienza e nella cura dei minori migranti in Italia, a partire da quelle più vicine ai porti di sbarco degli stessi.

Tra gli ambiti prioritari di intervento si privilegiano l’educazione e la formazione (anche professionale); l’informazione in loco (su ciò che comporta il migrare); progetti mirati di carattere sociale e sanitario a favore delle fasce più deboli della popolazione migrante: i minori e le vittime di tratta in particolare; progetti in ambito socio-economico per la promozione di opportunità lavorative, accompagnamento ai rientri di coloro che intendono volontariamente procedere in tal senso. Un’attenzione particolare e trasversale la si sta riservando a processi e percorsi di riconciliazione, curati da realtà già attive in questo ambito come l’Associazione Rondine Cittadella della pace.

C’è chi prova a non lasciarsi mettere all’angolo o ridurre al silenzio facendo proposte che vadano oltre i dissensi gridati e l’indifferenza praticata.
(Fonte: sito ufficiale Galantino)

I migranti e i giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo del futuro, il popolo della speranza.

I migranti e i giovani in Sicilia 
non sono reciprocamente nemici, 
ma sono il popolo del futuro, 
il popolo della speranza.
Mons. Corrado Lorefice 
Arcivescovo Metropolita di Palermo

Palermo - Piazza Marina
15 luglio 2916

Discorso alla città dell'arcivescovo di Palermo
in occasione del 393° festino di S. Rosalia 






Care Sorelle, Cari Fratelli,
siamo qui stasera, ancora una volta, nel nome di Rosalia, a celebrare quel che Lei significa per noi, per Palermo. Ma il nostro tradizionale convenire in questa Piazza non deve rappresentare una stanca abitudine, né tanto meno un vuoto rito. Siamo lieti di essere qui insieme perché ogni anno Rosalia, dall’alto della sua vita e del suo essere al cospetto di Dio, ci guarda, ci sprona, ci giudica e ci incoraggia. Potremmo dire che siamo invitati dalla nostra Santa Patrona di Palermo a guardare ogni anno la Città da un luogo elevato e ritirato. Perché chi vede le cose e le situazioni dall’alto le capisce meglio, in una maniera diversa, in un’ottica più panoramica. Certo, non si può vivere separati dalla terra, ma ogni tanto staccarsi è indispensabile, per non restare prigionieri della visione in orizzontale, per essere più lucidi.
Gettiamolo allora questo sguardo su Palermo, come se fosse lo sguardo di Rosalia dal suo eremo. Direi che Palermo e la Sicilia tutta, viste così, appaiono ai nostri occhi come una Città e una Regione bisognose di soccorso. Rosalia divenne il punto di riferimento unico della devozione popolare palermitana per il suo miracoloso intervento sulla peste. E non siamo lontani dal vero se in maniera obiettiva cogliamo anche nell’oggi della nostra storia la chiamata di una emergenza. E un bisogno di risoluzione decisiva, un bisogno di salvezza.
Le pesti, le grandi, dilaganti emergenze siciliane del nostro tempo si presentano stasera davanti ai nostri occhi. La prima, la più importante credo, è il rischio diffuso della mancanza di futuro. Care Sorelle, Cari Fratelli, sì, rischiamo di essere una Città e una Regione senza futuro, il futuro – ricordiamolo – di una storia gloriosa, perché la mancanza endemica di lavoro rischia non solo di gettare in una crisi irreversibile la nostra economia, ma soprattutto rischia di sottrarre la speranza di un domani ai nostri giovani. L’esodo dalla Sicilia sta diventando una necessità storica terribile, che priva la terra del suo nutrimento decisivo. E ad alimentare un territorio, una Città, sono i desideri, i progetti, la voglia di fare, le idee e le aspirazioni delle giovani generazioni che si avvicendano nel corso dei decenni e dei secoli. Senza la linfa ideale e rinnovata di questo ardore, senza il sapore di questo sogno, non c’è domani. Ma senza lavoro vero, dignitoso, costruttivo, teso a cambiare il mondo, non c’è domani.
E mentre si compie quest’esodo doloroso, Palermo e la Sicilia tutta sono il porto ideale di un altro esodo, di dimensioni planetarie, quello dei popoli del Sud del pianeta – dei nostri fratelli africani e del Medio Oriente – che giungono in Europa in cerca di rifugio e di opportunità di vita. Non dobbiamo nasconderci però dietro i luoghi comuni o le visioni distorte di molta politica. La molla ultima di questo esodo biblico, al di là di ogni consapevolezza di chi parte, è il desiderio di giustizia. Perché abbiamo costruito e stiamo costruendo un mondo senza giustizia, dove in maniera insopportabile i poveri impoveriscono e aumentano, mentre i ricchi si arricchiscono e sono sempre di meno. Un mondo in cui il Nord - gli Stati Uniti, l’Europa -, tutti i cosiddetti paesi sviluppati, possono sfruttare e depredare le ricchezze dei popoli del Sud – dell’Africa, dell’Asia – senza alcuno scrupolo e senza alcun ritegno. È da questo squilibrio che affama miliardi di persone, da questo ordine politico che accetta e fomenta la guerra e quindi la fuga disperata dei civili, è da questo modo di ordinare (o di disordinare) il mondo che viene l’esodo disperato di milioni di persone che in definitiva vengono a chiederci giustizia e diritti. E Palermo e la Sicilia rappresentano la meta privilegiata di questi viaggi, il porto ideale dell’Occidente.
Care Palermitane, Cari Palermitani, sarebbe un grave errore contrapporre i due esodi, quello dei nostri giovani e quello dei popoli del Sud. Chi ha una responsabilità politica ed è purtroppo miope e ignorante può farlo. Noi no. Noi no. Pensare che sia l’arrivo di tanti fratelli dal Sud del mondo a togliere il lavoro ai nostri giovani è una totale idiozia. Al contrario: l’esodo epocale dall’Africa attraverso il Mediterraneo è l’appello, e soprattutto l’opportunità che la storia ci offre, per ribaltare il perverso assetto del mondo e della sua economia; per creare nuove possibilità e nuove speranze proprio grazie all’accoglienza e all’integrazione dei tanti che giungono e che già oggi sono un polmone del lavoro e dello stato sociale in Italia. L’alleanza tra i due esodi, e non la contrapposizione, è il vero orizzonte che ci può consentire un passaggio nuovo. I migranti e i giovani in Sicilia non sono reciprocamente nemici, ma sono il popolo del futuro, il popolo della speranza.
E tutto questo è nelle nostre mani: quelle mani – e Rosalia ne è certamente felice – che in questi anni si sono spese nell’accoglienza, con la generosità siciliana, con la grandezza d’animo delle donne e degli uomini di Palermo. L’ho detto più volte e lo ripeto: qui lo ius soli c’è già, a dispetto delle beghe vergognose dei palazzi della politica in questi giorni. Qui chi arriva e tocca terra è già da subito palermitano. E questo è un atteggiamento bellissimo, che Palermo non deve perdere mai. Un atteggiamento fattivo che dobbiamo trasferire ed applicare a tutta la nostra storia, a tutte le nostre emergenze.
Dalla peste non si esce se non siamo noi a curare le ferite, a pulire le strade, a creare spazi nuovi, cammini condivisi prendendo le distanze dall’individualismo e da interessi personali o di gruppo. Voglio dire che sotto gli occhi di Rosalia, stasera, mettendoci dalla sua parte, noi dobbiamo dire a voce alta che il destino di Palermo e della Sicilia tutta è nelle nostre mani. Noi possiamo fare, noi possiamo cambiare le cose, senza aspettare che altri lo facciano per noi, senza sterili lamentele. Senza servilismi e sottomissioni. Rimanendo lucidi. Autenticamente liberi. Palermo ha una vocazione riconosciuta: essere città dei Giovani e Città della Cultura. Ad una chiamata si risponde con spirito di responsabile e creativa compartecipazione.
In questi giorni la nostra meravigliosa terra è funestata da una miriade di incendi devastanti, opera quasi sempre della mano dell’uomo; la nostra città da atti vandalici diretti a sfregiare la memoria di chi come Giovanni Falcone, nell’esercizio feriale e responsabile della professione, ha versato il sangue per la giustizia e la legalità. Ecco, c’è un atteggiamento di questo tipo, quello di chi si dà da fare per distruggere – la natura, l’ambiente, ma anche per distruggere gli altri, perché questa è la mafia, la mafia è la distruzione dell’altro, comunque lo vogliamo pensare – ecco c’è un atteggiamento distruttivo e in ultima analisi mafioso, che non rispetta niente e nessuno, che scommette e gode della distruzione, che pensa ‘sopra di me nessuno’ – tantomeno Dio! - ‘dopo di me il diluvio’.
Noi stasera, se siamo il popolo di Rosalia dobbiamo dirci e prometterci che non saremo così, che non possiamo essere così, se siamo figli, se intendiamo essere figli della nostra Patrona. Siamo qui per assumere con gioia la nostra responsabilità di palermitani, per dire a Rosalia che sin da domani faremo di tutto, tutto quello che è nelle possibilità di ognuno di noi, per rendere la Sicilia una terra di speranza e di futuro. Una terra dove i poveri sono aiutati, gli anziani sostenuti, i giovani agevolati, quelli che hanno un disagio o un handicap presi per mano, dove chi arriva da lontano lavora accanto a chi qui c’è da sempre per fare un cosa nuova, perché il Regno di Dio è una cosa nuova.
Come ci ricorda Isaia, infatti, il Regno di Dio è un monte – pensiamo e guardiamo stasera al nostro monte Pellegrino – un monte in cui tutti i popoli si riuniscono nella letizia per fare festa assieme, un monte in cui non c’è più sopruso, violenza e rapina, in cui non c’è guerra, non ci sono conflitti fratricidi, ma si sta gli uni accanto agli altri a celebrare la gioia dell’incontro. Usciamo stasera dai nostri egoismi, dai nostri cinismi, e sogniamo con Rosalia il Regno di Dio tra di noi, una Sicilia diversa, una Palermo nuova, che è alla nostra portata, che è nelle nostre mani.
Così pensavano già molti secoli fa i Padri della Chiesa, così pensava san Basilio, che diceva ai suoi cristiani che erano loro le mani di Dio, che ad operare nella storia era Dio per mezzo di loro. Basilio voleva dire ai suoi che la fede dei cristiani non è la passiva attesa di un miracolo, ma l’impegno umile, quotidiano, liberante, per fare un mondo nuovo. Lo dicevano, e soprattutto lo facevano, Paolo Borsellino e don Giuseppe Puglisi.
Lo continuano a fare nel silenzio feriale tante palermitane e tanti palermitani onesti e liberi!
Stasera Rosalia ci unisce sotto questo segno, sotto questo vessillo ideale. E noi ci sentiamo tutti, senza distinzione di condizione sociale, di pelle, di religione, di cultura, un popolo che cammina verso il monte di Dio, un popolo che insieme vuole costruire un mondo di accoglienza, di giustizia e di pace. Ce lo conceda Dio Padre per l’intercessione di Rosalia, santa della purezza di cuore e del coraggio!
Viva Palermo e Santa Rosalia!

+ Mons. Corrado Lorefice 
Arcivescovo Metropolita di Palermo


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Discordo alla città integrale

«CARO PAPA, SONO ANDREA, 9 ANNI»... E FRANCESCO GLI RISPONDE COSÌ...


Un regalo speciale quello ricevuto dal piccolo Andrea dalla mamma per la sua prima Comunione: un pellegrinaggio con l'Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali) a Loreto con tanti altri bambini, alcuni dei quali malati o disabili. E il piccolo, a nome di tutti i bambini partecipanti al Pellegrinaggio della Gioia, ha voluto scrivere al Papa:

«Caro Papa Francesco, mi chiamo Andrea, ho 9 anni e abito a Latina, ho ricevuto Gesù per la prima volta domenica 4 giugno. Mamma ha pensato per regalo di farmi partecipare insieme a mia sorella Gaia al pellegrinaggio dei bambini malati organizzato dall'Unitalsi sezione Romana Laziale. Siamo più di 130 bambini e molti sono malati, altri in sedia a rotelle ed altri sono soli ed accompagnati da alcune suore. Io gioco e parlo con tutti ed ho imparato tante cose. Qui don Gianni ogni giorno ci fa pregare per te ed allora ho pensato di fartelo sapere. Ieri abbiamo fatto la foto tutti insieme. Ho pensato di mandartene una per regalo: così ci vedi tutti, anche se ci sono dei bambini che non si potevano fotografare. Però noi ci conosciamo e ti diciamo che ti vogliamo bene. Ti posso chiedere due cose? Alla fine della messa ci danno sempre la benedizione. Ti posso chiedere di benedirci mentre ci guardi in foto per essere domani bravi come te? E, se puoi, perché l'anno prossimo non vieni anche tu a Loreto? Mi hanno già detto che lo stesso pellegrinaggio dei bambini a Loreto si rifarà il prossimo anno a giugno... sai che bello che sarebbe! Ora ti lascio e se potessi ti abbraccerei come faccio con mamma e papà». 


E Papa Francesco ha prontamente risposto alla lettera di Andrea:

«Caro Andrea, è stato bello ricevere la tua lettera e sapere della tua ricca avventura vissuta con l'Unitalsi insieme al pellegrinaggio della gioia a Loreto per i bambini. Qualcuno mi ha anche detto che prima di mandare la lettera l'hai letta a tutti i tuoi amici e, quando hai chiesto loro se erano contenti se me la inviavi, hanno applaudito con forza! Grazie allora a te per le belle parole e grazie a tutti i tuoi amici di Loreto. Grazie anche per la foto di gruppo che mi hai mandato dove ho potuto vedere che siete tanti e bellissimi! Mentre guardavo ogni volto nella foto, ho pregato la Madonna di Loreto per voi e vi ho benedetto di cuore insieme ai vostri genitori, ai volontari, ai sacerdoti e ai responsabili dell'Unitalsi. Grazie per l'invito che mi hai fatto a venire in pellegrinaggio con voi, stare con i bambini per me è la gioia più grande.Un proverbio dice: “mai dire mai!” e quindi affidiamo tra le mani della Provvidenza questo sogno».



giovedì 20 luglio 2017

Le prediche di Spoleto 2017 LA PREGHIERA DI GESÚ: IL PADRE NOSTRO - "Padre nostro che sei nei cieli" Card. Giuseppe Betori

LA PREGHIERA DI GESÚ:
IL PADRE NOSTRO
a cura dell’Archidiocesi Spoleto-Norcia in collaborazione con Festival di Spoleto 60

È ormai tradizione che il Festival di Spoleto proponga nel suo programma un ciclo di "Prediche" che, grazie ad interventi qualificati, offra a quanti le vogliano ascoltare qualche spunto di riflessione e approfondimento.
Dopo le felici esperienze degli anni passati, il 2017 affronta il tema della preghiera partendo dal testo che Gesù di Nazareth ha consegnato ai suoi discepoli: il Padre nostro. Con Tertulliano, scrittore del secondo secolo d.C., la tradizione delle Chiese cristiane vede in quelle parole un compendio di tutto il Vangelo. In esse sono contenute le dimensioni essenziali della predicazione di Gesù e si ritrova come l’introduzione al suo insegnamento e al mistero stesso della sua esistenza.
Anche oggi, ripercorrere questo testo e addentrarsi nelle domande che formula - dal pane quotidiano al perdono reciproco - conduce a scoprire che cosa significhi pregare, se sia possibile parlare a Dio, se non si tratti di una illusione, se possiamo domandargli effettivamente qualcosa. Perché per pregare è indispensabile trovare il cammino del cuore; il cuore inteso non come luogo della vita affettiva e delle emozioni, ma come il centro della persona, punto preciso in cui l’uomo si conosce in verità. È per questa ragione che la preghiera non si può definire come un discorso rivolto a Dio o una riflessione intellettuale sull’essere di Dio. La preghiera cristiana si colloca su un altro piano. È un dialogo tra due esseri.
+ Renato Boccardo

Padre nostro che sei nei cieli

Card. Giuseppe Betori*
Arcivescovo di Firenze
sabato 1 luglio


Padre nostro che sei nei cieli, possiamo incontrarti sulla terra? Questa domanda può essere il punto di partenza della nostra riflessione sulla prima parola della preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli. Perché che ci sia un Padre nei cieli può essere una interessante rivelazione fatta alla nostra conoscenza, ma che questo Padre sia da noi raggiungibile e lo sia non solo nel futuro, ma fin da questo momento, significa poter colmare la nostra esistenza di una presenza amorosa, di cui il nostro cuore sente ardentemente l’esigenza. Eppure, se il cuore manifesta questo desiderio, per altri versi il mondo attorno a noi registra quella che potremmo definire una dolorosa assenza. L’enfasi sulla “morte del padre” accompagna la retorica della nostra epoca, almeno dal sorgere della psicoanalisi. La riflessione di Freud, di Lacan, come anche del meno citato Mitscherlich – l’autore di Verso una società senza padre (1963) –, ci rende consapevoli della scomparsa dell’immagine del padre consegnataci dalla tradizione, il pater familias, il padre a cui Kafka scriveva la Lettera pubblicata postuma nel 1952, la figura paterna che aveva dominato la scena familiare per secoli.

Quando ci rivolgiamo a Dio col titolo di “Padre”, diciamo qualcosa di preciso. Anzi, la rivelazione cristiana – parlandoci di un Padre – non solo dice come dobbiamo intendere correttamente Dio, a ben vedere ci dà anche un punto di vista nuovo sul reale. Se Dio fosse solo un principio ordinatore, qualcosa di simile al Dio di cui possono parlare i filosofi, lo si potrebbe raggiungere mediante il ragionamento. Lo stesso Tommaso d’Aquino introduce una piccola distanza, quando sottolinea come il principio del reale, raggiunto in ciascuna delle vie della conoscenza di Dio, «lo chiamiamo Dio», «viene chiamato Dio» (Summa Theol., I, qu. 2, art. 3).

Dio, ci dice la rivelazione cristiana, non è solamente un Dio ordinatore: egli è Padre. E questa affermazione porta con sé la conseguenza che anche il reale è visto totalmente sotto un altro punto di vista; in particolare per quanto riguarda la creatura dotata di libertà e di intelligenza. È la rivelazione di Gesù che provoca questa “conversione paterna” della nostra immagine di Dio. Qui possiamo anche immaginare che il Bambino Gesù abbia avuto una scuola di paternità nella testimonianza di san Giuseppe. La famiglia di Nazareth fu per Lui il luogo in cui fare esperienza concreta e quotidiana della sollecitudine amorosa di un padre. In quella dimora umile e dignitosa, alla presenza discreta e appassionata di san Giuseppe, «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52).

Come ricordava papa Francesco nell’Omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino (19 marzo 2013), san Giuseppe è il custode di Maria, di Gesù e della Chiesa, e svolge questo compito con attenzione a Dio. Aggiungeva il Papa: «Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole; anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore».

Ma Gesù, nel suo continuo richiamarsi al Padre, ci permette di rovesciare un’altra prospettiva, oggi sempre più diffusa. Come fa notare Marcel Gauchet in un brillante volume, «se il XX secolo è stato quello dellascoperta del bambino reale, il XXI secolo si apre nel segno della sacralizzazione del bambino immaginario » ( Il figlio del desiderio, Vita e pensiero, 2010). Così oggi siamo sempre più proiettati nel guardare ai figli come oggetti del desiderio, come prolungamento narcisistico del nostro sguardo. Al contrario, fa notare Massimo Recalcati, occorre recuperare il senso di un debito simbolico, rendersi conto che siamo anzitutto figli. Solo a partire dall’assunzione consapevole dell’essere figli possiamo diventare adulti e generare, a nostra volta, dei figli: altrimenti ci troviamo a essere in competizione con i nostri figli per gli stessi spazi (adulti che si vestono e si comportano come ragazzini) oppure pretendiamo che essi siano sempre felici e pieni di successo (e siamo incapaci di sostenerli negli inevitabili fallimenti della vita).

Recalcati si richiama a Telemaco come esempio del figlio che ha bisogno del padre e lo cerca, che vuole ereditare qualcosa dal padre. Chi non accetta questo debito simbolico fa come i vignaioli omicidi della parabola evangelica: nelle parole di Recalcati, i vignaioli rigettano «la filiazione simbolica nel nome di un fantasma di autogenerazione» (Il complesso di Telemaco, Feltrinelli 2014). È l’inganno del serpente che nel paradiso terrestre suggerisce ad Adamo ed Eva che saranno come Dio, cioè in grado di autogenerarsi (cfr. Gen 3,5). Non possiamo dimenticare che invece siamo tutti generati dal Padre.

Ma che vuol dire allora che Dio è Padre? Dobbiamo ancora una volta rifarci a colui che ci parla di Dio in questo modo: dobbiamo ancora una volta rivolgerci a Gesù. Gesù ha incontrato in Giuseppe la testimonianza di un amore paterno, la casa paterna è stata per lui un luogo di sollecitudine e custodia, di tenerezza e passione. Ma se Gesù parla di Dio come un Padre, è perché ha una testimonianza ancora più profonda, ancora più radicale; della quale la vita di Giuseppe può considerarsi solo come l’immagine.

Se nelle parole di Gesù Dio ha i tratti del Padre, è perché ha su questo un’attestazione ancora più intima e veritiera. Vale a dire che Gesù non si è creato l’immagine di Dio come un Padre, non si è fatto un concetto del Creatore, adattandolo a una figura a tutti familiare, che trasmette il senso della protezione e dell’affetto. Gesù ha vissuto realmente l’esperienza di Dio Padre: se Gesù può rivelare agli uomini che questo è il volto di Dio, è perché sperimenta continuamente questo nel proprio cuore. Gesù chiama il Padre Abbà, babbo, svelando un’intimità con Lui che scombina il modo con cui nella storia gli uomini hanno guardato a Dio. Per Gesù Dio è Abbà, perché Lui, Gesù è il Figlio. Gesù ci dice che Dio non è solo il Creatore, l’Onnipotente, l’Altissimo: è Babbo, la persona che ogni figlio ha bisogno di avere per sentirsi sicuro, per aprirsi al mondo con la fiducia necessaria. L’intimità che Gesù ha con il Padre apre a un affetto nutrito di tenerezza.

C’è una cosa che forse non si nota a sufficienza, ma che è piena di significato. A ben vedere, nel Vangelo Gesù distingue il suo rapporto con il Padre da quello che abbiamo noi. Nel giorno della Risurrezione, mentre dice a Maria di Magdala di andare ad annunciare ai discepoli la sua ascesa al Padre, lo fa con queste parole: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» ( Gv 20,17). E anche quando insegna la preghiera che dà il titolo a questa conferenza non dice: «quando preghiamo, dobbiamo dire: Padre nostro », ma dice: «Voi dunque pregate così: Padre nostro...» ( Mt 6,9).

In un commento al passo di Matteo in cui Gesù parla del Padre nostro, Papa Francesco sottolinea che «se lo spazio della preghiera è dire “Padre”, l’atmosfera della preghiera è dire “nostro”: siamo fratelli, siamo famiglia» (Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, 16 giugno 2016). Ecco perché la preghiera che Gesù insegna comincia con queste parole: in questo modo ci ricordiamo che siamo fratelli e che il mondo in cui siamo non è nostro, ma ci è stato donato da un Padre sovrabbondante di amore per l’uomo.





* CARD. GIUSEPPE BETORI | Nato a Foligno (Perugia) nel 1947, ordinato sacerdote il 26 settembre del 1970, dal 26 ottobre 2008 è arcivescovo di Firenze. Ha studiato alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico, dove ha conseguito il dottorato in Sacra Scrittura. È stato docente di introduzione alla Sacra Scrittura e di esegesi del Nuovo Testamento presso l’Istituto Teologico di Assisi. Ha scritto diverse pubblicazioni di carattere biblico e pastorale. Già direttore dell’Ufficio catechistico nazionale e poi sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, ha curato la pubblicazione di vari volumi del catechismo della Chiesa italiana, l’organizzazione del Convegno ecclesiale di Palermo (1995) e di quello di Verona (2006), l’avvio e lo sviluppo del "progetto culturale", la preparazione della XV Giornata mondiale della gioventù (2000). Il 5 aprile 2001 è stato nominato da Papa Giovanni Paolo II segretario generale della Conferenza episcopale italiana e vescovo titolare di Falerone. È nominato arcivescovo di Firenze l’8 settembre 2008. Nel Concistoro Ordinario Pubblico del 18 febbraio 2012 Papa Benedetto XVI lo ha creato Cardinale di Santa Romana Chiesa.


Oltraggio alla stele di Livatino, cardinale Montenegro: «Offesi e addolorati»

Oltraggio alla stele di Livatino, 
cardinale Montenegro: «Offesi e addolorati»

Il commento dell'arcivescovo di Agrigento dopo lo sfregio al memoriale del giudice siciliano. «Basta con i reati contro giustizia e il sangue innocente»


«Come cristiani e come cittadini ci sentiamo offesi e addolorati per il gesto compiuto a danno della stele che ricorda il sacrificio di sangue che il giudice Livatino ha pagato nel 1990. Alla barbarie della sua morte si è voluta aggiungere anche quella dell’oltraggio alla sua memoria, per tentare di eliminare ogni traccia che ricordasse un uomo che ha vissuto per la giustizia e per essa ha dato la vita». Così l'arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, ha commentato il danneggiamento del memoriale del giudice siciliano avvenuta ieri. 

«Dietro il vile atto di infrangere il monumento al giudice di Canicattì si nasconde quella logica mafiosa che tanto male ha fatto al nostro territorio. Siamo consapevoli che ci sono ancora persone e sistemi di potere che lavorano per distruggere il bene, per danneggiare la dignità di tanti cittadini onesti e per impedire qualsiasi sviluppo della Sicilia».

Montenegro ha poi ricordato le parole di papa Wojtyla seguite alle stragi del '92: «A queste persone ripetiamo l’appello di Giovanni Paolo II: “Convertitevi, un giorno verrà il giudizio di Dio”; a queste persone vogliamo dire con chiarezza che il loro modo di ragionare e di fare è fuori dal Vangelo e, pertanto, loro stessi sono fuori dalla chiesa; a queste persone vorremmo giungesse il grido di dolore di tanti genitori che – come quelli di Livatino – hanno dovuto piangere i loro figli innocenti, nella speranza che quelle lacrime li convincessero a fermarsi. Basta! Basta con i reati contro la giustizia! Basta con il sangue innocente! Basta con la cattiveria usata nei confronti di chi vuole lavorare onestamente! Basta!». 

«L’offesa arrecata ieri alla memoria di Livatino ci spinge a recuperare con maggiore forza l’impegno a vivere e a testimoniare la giustizia. Nessuna barbarie fermerà la volontà di tanti uomini e donne di questa terra che credono nella giustizia. Con la forza umile che ci viene dal giudice Livatino desidero lanciare un appello a tutti: cerchiamo di essere noi un monumento vivente alla giustizia, al bene, al rispetto delle regole, all’amore. Come Livatino, nel posto in cui ci troviamo e nel lavoro che svolgiamo, impegniamoci ad essere persone giuste, corrette, integre; evitiamo ogni forma di compromesso con la mentalità mafiosa, ogni forma di omertà, di connivenza e di complicità con chi vuole dominare con il potere e l’ingiustizia. L’esempio che ci ha lasciato Livatino ci porti ad essere “affamati e assetati di giustizia”. Solo così il suo esempio continuerà a vivere e la nostra testimonianza sarà la risposta più bella a quanti vogliono offendere la memoria delle persone giuste che hanno fatto grande la nostra terra».
(fonte: Avvenire)

Vedi anche i post:


“Milioni in povertà estrema, inutile festeggiare la crescitaˮ Intervista con l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi sui poveri in Italia

“Milioni in povertà estrema, inutile festeggiare la crescitaˮ 
Intervista con l'arcivescovo di Bologna
 Matteo Zuppi 
sui poveri in Italia 
a cura di Andrea Tornelli

«Necessario un nuovo patto, dalla crisi si esce solo insieme. Mancano risposte strutturali. Serve concretezza, non annunci e spot»

«Serve un nuovo patto, serve concertazione, servono progetti e una visione di lungo respiro, perché la povertà come conseguenza della crisi è a sarà ancora davanti a noi». Per l'arcivescovo Matteo Zuppi, 61 anni, nominato da Papa Francesco alla guida della diocesi di Bologna alla fine del 2015, i numeri e le statistiche dell'Istat sulla povertà in Italia non dicono tutto e non fotografano abbastanza la drammaticità della situazione: la Chiesa, con le parrocchie, le Caritas, le mense e una miriade di altre opere sociali sa bene che la crisi - quella percepita nel vissuto delle famiglie - non si è affatto conclusa. Nonostante i proclami e le stime di crescita del Pil. Ne parla con La Stampa, tra una visita alla mamma ammalata di un sacerdote e una processione. 

Che cosa ci dicono le statistiche dell’Istat?
«Ci dicono che esiste una emergenza povertà in Italia, della quale dobbiamo prendere atto. Ci sono milioni di persone che vivono sulla soglia della povertà estrema. Dati che richiederebbero una presa di coscienza e uno sforzo ulteriore, invece di rallegrarsi perché qualche indice sulla crescita sembra andar bene. Ci sono vecchi e nuove povertà e il rischio è di arrivare sempre in ritardo, per alleviare la situazione, quando invece servirebbero soluzioni stabili». 

Quali sono le nuove povertà nella sua esperienza di vescovo di Bologna?
«Non l'abbiamo ancora classificata come “nuovaˮ, ma penso ad esempio a quella degli anziani. Con l'allungamento della vita e il venir meno di protezioni sociali, si allunga la lista di coloro che non sono più sufficientemente tutelati. Cresce il loro numero nelle mense dei poveri, e non soltanto a motivo di quella povertà “relazionaleˮ che è la solitudine, ma per veri e propri motivi economici. Per non parlare delle medicine, quelle non coperte che richiedono il pagamento di ticket. Mi hanno detto che il consumo di latte diminuisce sensibilmente negli ultimi giorni prima della riscossione delle pensioni». 

Poi c'è la povertà di chi perde il lavoro e non riesce a trovarne un altro...
«Per questo dico che la povertà è ancora davanti a noi. A motivo della crisi, della disoccupazione, della precarietà, ci troveremo ad avere molti più anziani senza pensione».

Colpiscono anche i dati riguardanti l'impoverimento di quella che un tempo era la cosiddetta “classe mediaˮ. Cresce il numero degli italiani che non possono permettersi di andare in vacanza.
«Ci deve molto preoccupare questa povertà diffusa che prepara una condizione peggiore per il futuro. La protezione familiare è quella che oggi permette, in certe situazioni, di andare avanti, grazie alla pensione del nonno o della nonna. C'è bisogno di sostenere le famiglie, di politiche a sostegno della natalità, di maggiore sicurezza e minore precarietà. Ma in futuro questo sarà sempre meno possibile, perché gli anziani di domani avranno pensioni più basse». 

Le istituzioni, la politica, si rendono conto di questa situazione secondo lei?
«Certamente le risposte sono troppo poche e poco strutturali. Sono troppo legate al contingente. Servono risposte a lungo termine, al di là delle convenienze immediate o delle divisioni partitiche. C'è una vera e propria tentazione, che è quella delle piccole convenienze. Servono un nuovo patto, concertazione, progetti e una visione di ampio respiro, come quella che hanno avuto i nostri genitori nel Dopoguerra, anche se oggi le macerie sono di altro genere. Se si proteggono i più deboli, sono protetti tutti». 

C'è il rischio, secondo lei, di una guerra tra poveri? Colpisce che talvolta gli italiani impoveriti diano la colpa agli immigrati...
«Rischiamo una guerra tra poveri e anche una guerra tra generazioni. Invece è soltanto insieme che possiamo trovare le risposte. Crediamo di individuare il colpevole nella “concorrenzaˮ che invece è un'opportunità in più. Anche qui c'è una responsabilità della politica, che dovrebbe essere un po’ meno populista. Ci vogliono più progetti e meno slogan, più visione e meno sondaggi. Più realismo, più concretezza e meno tweet. È un impegno che dobbiamo prendere tutti, con un nuovo patto tra le parti. A Bologna abbiamo iniziato il patto sul lavoro, che coinvolge il Comune, le industrie, i sindacati, la Chiesa, senza confusioni di ruoli. Speriamo dia frutto. Solo insieme si può uscire dalla crisi»
(Fonte: "La Stampa" del 17.07.2017)

mercoledì 19 luglio 2017

Salvatore Borsellino: ''Via d'Amelio strage nata da complicità mafia-pezzo deviato Stato''

Salvatore Borsellino: 
''Via d'Amelio strage 
nata da complicità 
mafia-pezzo deviato Stato''








“Non inventeranno mai una bomba che uccida l’amore”. E’ così, agenda rossa in mano, che Salvatore Borsellino ha concluso l’incontro organizzato da ANTIMAFIADuemila, in collaborazione con Contrariamente e Agende rosse, a 25 anni dalla strage di via d’Amelio. “Venticinque anni sono passati dalla strage di via d’Amelio, nata da complicità mafia-pezzo deviato Stato. Mio fratello è morto a 52 anni, così come il fratello di mio padre e mio padre”. Il fratello del giudice, nel suo intervento, ha letto la postfazione che ha scritto per il libro di Aaron Pettinari, “Quel terribile '92” (curato da Pietro Orsatti ed edito da Imprimatur).
“Venticinque anni e non puoi più dimenticare - scrive in un passaggio - Perché tuo fratello è andato in guerra ma ad ucciderlo non è stato il fuoco del nemico che era andato a combattere, ma il fuoco di chi stava alle sue spalle, di chi avrebbe dovuto proteggerlo, di chi avrebbe dovuto combattere insieme a lui. Venticinque anni e non c’è tempo per piangere. Non è tempo di lacrime perché è solo tempo di combattere per la Verità e per la Giustizia, per quella Giustizia che viene invece irrisa, vilipesa, calpestata da un depistaggio durato per l’arco di ben tre processi. Un depistaggio ordito da pezzi deviati dello Stato ma avallato da magistrati che avrebbero dovuto rigettarlo, tanto era inverosimile che potesse essere stato affidato ad un balordo di quartiere il compito di uccidere Paolo Borsellino. E poi un quarto processo nel quale si pretendeva di processarne la vittima accusandolo delle calunnie a cui era stato costretto con torture di ogni tipo da pezzi di uno stato deviato che, per occultare la Verità, nasconde nelle sue casseforti un’Agenda Rossa, sottratta dalla macchina di Paolo ancora in fiamme”.
Ed infine ha concluso: “Venticinque anni e non so quanti anni ancora mi restano per obbedire al giuramento fatto a mia madre, ma una sola certezza: che il sogno di Paolo non morirà mai, perché era soltanto un sogno d’amore”.
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Salvatore Borsellino: ''Via d'Amelio strage nata da complicità mafia-pezzo deviato Stato''


A 25 DALLA STRAGE DELLA VIA D’AMELIO

“Dobbiamo ricordare il coraggio della verità, il dovere della verità di Paolo Borsellino”
Don Luigi Ciotti, presidente di Libera

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Noi non conosciamo la verità di molte storie! Circa il 70% delle vittime innocenti uccise dalla mafia aspettano giustizia!!
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Dobbiamo fare in modo che la memoria non diventi retorica, ma sia una memoria viva, concreta.
Soprattutto credo che la più grande riforma che bisogna fare oggi nel nostro paese è un’autoriforma: è la riforma della nostra coscienza. Perché abbiamo bisogni di più, molto di più, di cittadini responsabili, non di cittadini ad intermittenza.
Ma è necessaria anche una risposta sociale …
Breve estratto video tratto da “Uno Mattina Estate” del 18.07.2017
GUARDA IL VIDEO


Per non dimenticare... Paolo Borsellino - Il figlio Manfredi: Penso che mio padre debba essere ricordato soprattutto per la sua bontà d’animo ... - La figlia Fiammetta: Oggi per noi ricordare vuol dire esclusivamente pretendere la verità ...

Manfredi Borsellino: 
“Vi racconto mio padre Paolo”

Penso che mio padre debba essere ricordato soprattutto per la sua bontà d’animo, essendo egli una persona fondamentalmente buona e carica di una sconfinata umanità. La sua generosità era senza limiti: avevo quindici anni quando mi chiese di regalare il mio motorino al figlio di una vedova il cui marito era morto in una strage di mafia in quanto gli necessitava per recarsi in una borgata di Palermo ove svolgeva l’attività di panettiere.

A un collaboratore di giustizia, lo stesso che tra il ‘91 e il ‘92 gli rivelò di essere stato incaricato dalle famiglie del Trapanese di organizzare ed eseguire il suo assassinio, forniva personalmente le lamette, la schiuma da barba e le sigarette, in un periodo storico in cui, è importante evidenziarlo, mancavano del tutto le agevolazioni di cui oggi essi fruiscono. Nonostante gli impegni di lavoro trovava sempre il tempo di stare in famiglia, di seguire personalmente le nostre attività, fossero esse di studio o ludiche.

È indelebile il ricordo dell’amore e del trasporto con cui mi fece ripetere le mie prime due materie universitarie – analogamente accadde con mia sorella Fiammetta – dedicandomi intere serate prima degli esami.

Era premuroso, sempre presente non solo per i familiari, ma anche per i tanti cugini e parenti collaterali.

Di fatto egli cresceva e seguiva come fossero suoi i sette figli della sorella più grande, rimasta vedova prematuramente e non economicamente in grado di sostenere una così numerosa famiglia.
Io e le mie due sorelle non siamo stati mai né viziati né agevolati, piuttosto “responsabilizzati” di fronte a situazioni molto più grandi di noi, sì che al momento della sua morte può dirsi che eravamo a nostro modo “preparati”, preparati da un padre che tutto avrebbe potuto desiderare fuorché lasciarci orfani così giovani.

Sin dai primi giorni successivi alla sua morte, infatti, circolava la voce che egli fosse andato incontro “rassegnato” a questo infausto destino. Bene, ciò non corrispondeva affatto a verità: mio padre amava in modo viscerale la vita e le tante piccole o grandi sorprese che questa riserva, sì da apparirmi inverosimile che egli andasse incontro alla morte ritenendola in quel momento un evento ineluttabile.

In verità abbiamo assistito alla morte di un uomo lasciato solo in un momento storico in cui occorreva massima coesione e distribuzione della responsabilità, anche all’interno degli uffici giudiziari. Tuttavia noi non abbiamo alcun rammarico, poiché se la morte di mio padre, unitamente a quella di tanti altri servitori dello Stato, è servita a svegliare dal torpore tante coscienze, ciò ci ripaga della sua assenza.

Dopo tutti questi anni ciò che forse manca maggiormente del Paolo Borsellino uomo, padre e marito sono la bontà d’animo e generosità di spirito che lo contraddistinguevano.

Ci ha lasciato un grandissimo patrimonio morale e ci ha insegnato ad essere umilii meriti erano sempre degli altri, non si atteggiava mai a protagonista ed era privo di qualsiasi ambizione, a tal punto da non manifestare alcun interesse a ricoprire quell’incarico di super procuratore antimafia che, subdolamente, rappresentanti del governo di allora gli avevano proposto, rimanendo prioritaria per lui la vicinanza alla sua famiglia e alla sua Palermo.

È evidente quanto sia stato forte il desiderio di avere un padre così al nostro fianco nei momenti in cui ci siamo trovati a fronteggiare situazioni molto più grandi di noi, nel momento in cui abbiamo scelto ciascuno di servire, seppur in amministrazioni diverse, lo Stato, quello Stato che non seppe essere in grado di difendere e proteggere uno dei suoi figli migliori ma che mio padre ha sempre rispettato e onorato e ci ha sempre insegnato a rispettare e onorare, nel momento in cui avremmo avuto bisogno di un suo consiglio o anche solo di uno sguardo.

Sono tuttavia convinto che io, le mie sorelle e mia madre, abbiamo seguito la strada che lui ci aveva tracciato.
La nostra fede ci rende sicuri del fatto che un giorno lo rivedremo, bello e sorridente, come lo ricordiamo sempre.


A 25 anni dal 19 luglio 1992, Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato Paolo Borsellino, parla in esclusiva ai microfoni di Fanpage.it in un'intervista a Sandro Ruotolo e ripercorre i 'buchi neri' e le 'lacune' delle indagini dei processi sulla strage di via D'Amelio. I depistaggi, le tante domande che non hanno ancora avuto risposta, il mistero dell'agenda rossa, i falsi pentiti che hanno inquinato la ricerca della verità. 

"Oggi per noi ricordare vuol dire esclusivamente pretendere quella verità che riteniamo essere stata allontanata, se non evitata da 25 anni di grossissimi buchi neri e di grossissime lacune riscontrabili sia in campo investigativo che in campo processuale. A mio padre stava a cuore il legame tra la mafia e gli appalti, tra la mafia e il potere economico. Forse i collaboratori dovrebbero emergere da altri ambiti"... 

"E' ovvio che tutto è condotto da un unico filo comune denominatore, sarebbe ora di parlare veramente di questo e non più ricordare con retorica uomini che sappiamo veramente chi sono stati, perché ce l'hanno dimostrato con la dedizione, con il loro sacrificio. La memoria è ricordare ogni giorno della propria vita che ci sono stati Uomini con la U maiuscola, uomini che hanno dato la vita per il loro Paese, senza paura, consapevoli di non avere quell'appoggio necessario da parte delle istituzioni, uomini che, nonostante tutto, sino alla fine, hanno avuto rispetto enorme delle istituzioni, quel rispetto che oggi nutriamo anche noi"

Guarda il video

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Per non dimenticare... Paolo Borsellino


Per Paolo Borsellino l’attenzione all’uomo veniva prima di tutto. Si trattasse di un amico sincero, di un testimone di giustizia, di un criminale, il giudice ucciso nella strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992 assieme ai suoi cinque “angeli custodi” – gli agenti di scorta Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Agostino Catalano – aveva una parola di sostegno, di incoraggiamento, di rispetto per la persona che aveva davanti.

A distanza di 25 anni dalla terribile strage, costellata ancora da troppi misteri e buchi neri, ciò che resta sono i preziosi ricordi custoditi nella memoria di chi lo ha conosciuto nel quotidiano e ne può testimoniare una integrità morale fatta non di gesti eroici, ma di piccole azioni.

...

FEDE E RISERVATEZZA 
Una cura per l’altro che probabilmente era frutto della sua profonda fede cristiana, mai ostentata, eppure vissuta ogni giorno, alimentata dalla partecipazione alla Messa domenicale, dalle assidue confessioni, dai colloqui con alcuni sacerdoti nei momenti più difficili della sua esistenza. Una voce “laica” come quella del suo giovanissimo sostituto alla procura di Marsala, alla metà degli anni Ottanta, Diego Cavaliero, lo descrive con efficacia: «Credo che la fede lo abbia aiutato in quello che è il concetto di morale, che va anche al di là della religione, ma individua ciò che è giusto o sbagliato in senso assoluto. Borsellino era credente, cattolico praticante, ciò gli indicava la strada nell’applicazione della pietas cristiana, nel rispetto dell’altro, perché Paolo era convinto che dietro a ogni imputato ci sia un uomo che va anche rispettato. La fede non faceva altro che rafforzare la sua personalità votata alla ricerca del rapporto con l’altro. Il suo rapporto con la fede era intimo. È certamente un uomo di misericordia».

La domenica mattina, alla prima Messa delle 8.30 di Santa Luisa di Marillac, il dottor Borsellino manca raramente, proclama quasi sempre una delle letture. Oltre ai numerosi abitanti di questa zona residenziale, ne è testimone monsignor Francesco Ficarrotta, dal 1979 al novembre 1991 guida della parrocchia che si trova proprio davanti all’alto condominio di via Cilea in cui vive il giudice con moglie e figli.

«Un giorno mi confessa il rammarico per non avere la forza, quando gli capita di partecipare ai funerali di uomini importanti, magari uccisi dalla mafia, di disporsi in fila per ricevere la Comunione», spiega Ficarrotta. «Vuole evitare di mettersi in mostra, ma così, e questo è il suo cruccio, non dà la giusta testimonianza di cristiano. Borsellino è veramente un uomo di fede» continua l’ex parroco.

PRONTO AL SACRIFICIO
Don Cosimo Scordato, rettore della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria, un antichissimo quartiere del centro storico di Palermo, riesce a catturare un altro aspetto di questa figura di magistrato cristiano, ucciso a causa della giustizia. Di tanto in tanto, il giudice fa capolino all’Albergheria, attirato dall’intensa attività di volontariato che la figlia più piccola, Fiammetta, svolge con i bambini più poveri del quartiere. «In realtà, incontro Paolo in occasioni molto disparate. Ricordo un evento in particolare. Siamo negli anni Ottanta e stiamo celebrando i venticinque anni di matrimonio di un suo cugino omonimo, Paolo Borsellino», racconta don Cosimo. «Dopo la Messa, molto partecipata, andiamo a festeggiare tutti insieme. In quell’occasione ho scoperto che il giudice Paolo è una persona di grande carattere, ha voglia di divertirsi».

Una ricchezza d’animo che don Cosimo impara a conoscere poco a poco. «Alcune volte Paolo si reca a San Saverio per partecipare alla Messa domenicale. Si siede quasi in fondo, durante la consacrazione, è tra i pochissimi fedeli a mettersi sempre in ginocchio. Rientra tra quelle persone il cui cammino di fede è segnato da un incontro particolare, magari un parroco, qualcuno che diventa determinante non per i tanti discorsi ma perché va all’essenziale. La dimensione religiosa la intravedo come il dato unificante della sua vita. E, nell’osservarlo, mi fa piacere vedere come quella persona riesca a tenere uniti due aspetti della sua vita apparentemente così lontani, ma invece vicinissimi. Sa essere un ragazzone scherzoso, che diverte con tutta la sua verve, e insieme un uomo con un’interiorità profonda».

Il giorno prima della strage don Rattoballi incontra il magistrato al Palazzo di giustizia. Quello che si trova davanti è un uomo che ha consapevolezza di andare incontro all’estremo sacrificio: «Vado a trovarlo in Procura alla vigilia della sua morte e, dopo un lungo colloquio, mi dice: “Fermati, voglio confessarmi. Vedi, mi sto preparando”. Aveva un senso profondo di ciò che doveva accadere».

GLI AGENTI DELLA SCORTA 
Nell’attentato di via D’Amelio insieme a Paolo Borsellino morirono cinque agenti di età compresa tra i 22 e i 43 anni. Tra le vittime, anche la prima donna a cadere in servizio nella Polizia italiana. Solo un poliziotto si salvò. Altre 23 persone rimasero gravemente ferite. Come mandante, insieme a numerosi altri mafiosi, è stato condannato Totò Riina.



RAI RICORDA PAOLO BORSELLINO 
A 25 ANNI DALLA STRAGE DI VIA D’AMELIO

“È normale che esista la paura, in ogni uomo, l'importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.” Paolo Borsellino

Diciannove luglio 1992. In un assolato pomeriggio palermitano, un’autobomba esplode fra le strade deserte della città, uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Un attentato arrivato a meno di due mesi dall’agguato di Capaci, e sul quale ci sono ancora ombre e interrogativi. Nella venticinquesima ricorrenza della strage di via D’Amelio, per ricordare il sacrificio di Borsellino e dei suoi angeli custodi, in linea con la missione di servizio pubblico Rai offre un impegno straordinario di tutte le reti e canali con una ricca programmazione radio e tv con trasmissioni, film, approfondimenti, documentari, spettacoli teatrali e ampi spazi informativi in tutti i telegiornali, su RaiNews24 e RadioRai.



martedì 18 luglio 2017

L'emozione dell'urlo dedicato a Lampedusa nell'esibizione ai mondiali di nuoto di Giorgio Minisini e Manila Flamini vale molto più dell'oro conquistato!!!




Un urlo struggente, emozionante, pieno di dolore, per sfogare tutte le sofferenze patite. L’Urlo di Lampedusa. “A scream from Lampedusa”. Un urlo d’oro, storico e dedicato. 
Così Giorgio Minisini e Manila Flamini sono entrati nella leggenda dello sport italiano, laureandosi Campioni del Mondo: per la prima volta nella storia l’Inno di Mameli risuona in una piscina internazionale di nuoto sincronizzato. Un momento epocale che è entrato di diritto negli annali azzurri. Ma non c’è soltanto il risultato sportivo. 
La medaglia della prima volta è figlia dei nostri giorni, è influenzata dal dramma dei migranti. Con grande artisticità e con il cuore hanno saputo creare pathos e convincere la giuria con un tema di fortissima attualità: quello dell’immigrazione, quello del dramma e delle difficoltà di chi cerca fortuna, di chi spera in una vita migliore. 
L’esibizione inizia con un vero urlo di Giorgio, poi gli azzurri entrano in acqua. Due minuti e 40 secondi di grazia, tecnica e forza per fotografare una storia d’amore che si conclude in tragedia, una lei che non sopravvive al lungo viaggio della speranza e muore prima dello sbarco. 

"Col fatto che muoio, io l'inizio lo faccio tutto ad occhi chiusi - sorride Manila Flamini- e l'unico contatto con l'esterno sono i suoni. Quando ho sentito l'ovazione del pubblico mi sono venuti i brividi". Giorgio la prende in braccio, tenta invano di rianimarla e lancia un urlo di dolore. Si tuffano e iniziano le acrobazie acquatiche che descrivono la disperazione di chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni, dalla fame, con il sogno della libertà. "Ci emozioniamo anche noi a farlo - continua Minisini - e riuscire a trasmettere il nostro messaggio è la cosa più bella che possiamo desiderare".

Il musicista Michele Braga, che ha composto il brano 'A scream from Lampedusa' che fotografa il dramma, l'amore e la speranza di tante famiglie che ogni giorno fuggono dall'odio della guerra, dalla piaga della fame e dalla persecuzione politica e religiosa, e le cui note hanno accompagnato i due atleti italiani nel conquistare la medaglia d'oro ai Mondiali, racconta: "Collaboro con loro da un paio di anni e alcuni mesi fa Patrizia Giallombardo mi aveva chiesto dei brani nuovi per il duo misto e per la squadra che sta gareggiando ai Mondiali di Budapest ed io le dissi che avrei voluto scrivere un brano che raccontasse il dramma dei migranti, era appena affondato l'ennesimo barcone pieno di uomini, donne e bambini, e molti erano morti. Sapevamo che dare un contenuto sociale e politico poteva essere anche sbagliato a livello strategico in una competizione sportiva, ma ci abbiamo provato lo stesso, anche per battere un colpo nella comunità internazionale, per dire: 'il dramma c'è, ve lo facciamo vedere anche durante i mondiali di nuoto, è inutile che vi girate dall'altra parte. Questo era un po' il senso."
Guarda il video della gara


La medaglia in omaggio a Lampedusa
di Antonio Scurati

Guardate quelle braccia protese sull’acqua ad accogliere il corpo abbandonato con un gesto vigoroso e, insieme, aggraziato, un gesto di cui mai vi sareste creduti capaci. Guardate le braccia possenti e soccorrevoli di Manila Flamini e di Giorgio Minisini che hanno vinto la medaglia d’oro nel nuoto sincronizzato danzando su di una coreografia e una musica consacrate alla tragedia dei migranti. Guardatele, concittadini italiani, perché sono le vostre braccia. E siate fieri – una volta tanto – di ascoltare le note del nostro inno risuonare in mondovisione, senza timore di eccessi nazionalistici e senza remore, perché la fierezza patriottica di sentirsi italiani in questo caso è del tutto giustificata. E non tanto per l’impresa sportiva ma per la gloria maggiore dell’impresa umana che richiama. Diciamolo con forza, a voce piena: pur con tutti i suoi limiti, le sue contrarietà, le sue contraddizioni, le sue problematiche conseguenze, l’opera di salvataggio in mare dei migranti che l’Italia, quasi da sola, sta compiendo in questi anni nel Mediterraneo, sarà pure materia di polemica sotto lo sguardo miope della cronaca, ma è un’azione gloriosa di fronte allo sguardo ampio e lungo della storia. Siatene fieri. Pensate a voi stessi così: noi siamo gli italiani, le genti che cucinano gli spaghetti con il pomodoro, che coltivano come nessun altro il gusto della vita e che salvano dalla morte i naufraghi in mare. Sì, perché un uomo in mare va salvato. Sempre. Chiunque esso sia. Anche lo sconosciuto va salvato, anche l’avversario, anche il nemico, perfino il pirata va salvato, a costo di doverlo poi impiccare all’albero di maestra. Salvare il naufrago che affoga – come ci ricordano gli atleti italiani esibendosi sul tema di A scream from Lampedusa – è da sempre un dovere umano fondamentale in cui si rispecchia la stessa condizione umana. Il gesto pietoso di tirare a bordo il fratello ignoto disperso in mare è da sempre un atto antropogenico, cioè un momento in cui si compie il divenire umano della nostra specie animale nel distinguersi da tutte le altre, in cui l’umanità si genera e si rigenera. Lo è perché in quel soccorso tra terra e mare, che si compie sul confine tra la solidità del suolo abitabile e l’inquietudine abissale dei flutti, al confine sempre labile tra sommersi e salvati, ogni individuo si riconosce nel destino di una specie fragile, disperatamente aggrappata a una zolla di terra anfibia, assediata su ogni sponda dai gorghi del nulla. Facciamo un'enorme fatica, inutile nasconderselo, di questi tempi, a restare umani. Le ragioni sono molte e tutte valide, questo va detto, a cominciare dal fatto che le migrazioni dal continente africano rappresentano una vera e propria minaccia per la sopravvivenza stessa della nostra società. Basta un semplice dato per comprenderlo: la percentuale di figli per donna in Africa è di 4,7 (in Niger 7,6!), in Europa di 1,6 (in Italia di 1,3!). Sono statistiche che prefigurano per i prossimi decenni un’invasione, niente di meno che un’invasione. Inoltre, fino a ieri, il divario tra i naufraghi che approdano moribondi sulle stesse spiagge dove noi trascorriamo le nostre rilassanti vacanze, tra i due opposti destini di popoli che abitano le diverse sponde di uno stesso mare, il divario esistenziale tra migranti e bagnanti ha rappresentato un abisso concettuale ed esperienziale incolmabile. Le differenze di condizioni di vita tra «noi» e «loro» erano – e restano – talmente grandi che quelle spiagge divenivano, paradossalmente, il teatro assurdo di un incontro ogni volta mancato, invece che di un incontro finalmente riuscito. Eppure, finalmente, qualcosa forse si smuove. Il dramma dei migranti, come dimostrano, solo per citare due esempi, Fuocoammare, il film di Gianfranco Rosi premiato a Berlino, o, adesso, A scream from Lampedusa, comincia a entrare in uno storytelling diffuso che può, in taluni casi, fornire l’alibi consolatorio per continuare a mancare quell’incontro fatidico con i sommersi di questa tragedia immane ma, in altri casi, anche cominciare a forgiare una nuova coscienza nazionale proprio a partire da questa nostra opera di soccorritori obbligati e, ciò nondimeno, gloriosi. I migranti forniscono – credo – uno di quei temi su cui la società civile è più avanzata del ceto politico che la dovrebbe rappresentare. Su entrambi i fronti dello schieramento: il conato di rigetto verso gli immigrati di molti italiani è perfino più radicale di quello espresso dai partiti di destra che lo cavalcano (e bisognerà prenderlo molto sul serio perché non è privo di fondamento); ma, d’altro canto, la comprensione della drammatica necessità di una convivenza destinale da parte dei moltissimi italiani votati all’accoglienza è più evoluta della vacua demagogia umanitaria della sinistra terzomondista (e dovremmo finalmente liberarcene perché con quella non si va da nessuna parte). Insomma, il grido che si leva da Lampedusa, chiama tutti noi, bagnanti e migranti, a elevarci all’altezza di un dramma epocale. Niente di meno che questo.
(articolo di Antonio Scurati pubblicato su La Stampa il 18/07/2017)





Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti: "Rompiamo il silenzio sull’Africa"

Appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti:
"Rompiamo il silenzio sull’Africa"

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale.So che i mass-media , purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa. (Sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo!)

E’ inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa)

Ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

E’ inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba ,il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

E’ inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.

E’ inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

E’ inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

E’ inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

E’ inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa , soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

E’ inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.

E’ inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

E’ inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!)

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’ Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti Ma i disperati della storia nessuno li fermerà. Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al Sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano:”Aiutamoli a casa loro”, dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.

E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti.

Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Per questo vi prego di rompere questo silenzio- stampa sull’Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compactgiornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un ‘altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa

p. Alex Zanotelli