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mercoledì 12 ottobre 2016

Il sole dentro di Carlo Maria Martini


Il sole dentro 
di Carlo Maria Martini


Un testo inedito del 1975, sorprendente e di straordinaria freschezza, ritrovato fra le carte di Carlo Maria Martini. Un viaggio meditativo sulla vita dell'anima e la lotta spirituale, proposto dall'allora Rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma, che sarebbe poi diventato cardinale di Milano.

In questo scritto - recuperato a seguito del lavoro di riordino e archiviazione a cura della Fondazione Martini - si rivela ancora una volta non solo il fine esegeta della Sacra Scrittura e il pastore che sarebbe stato poi grandemente ascoltato negli anni milanesi, ma anche il profondo scrutatore dell'animo umano capace di scandagliare le vanità e le debolezze dell'io nel costante combattimento fra l'opzione fondamentale per il bene e la resa di fronte alla fascinazione del male. Questa sorta di "manuale di vita interiore" aiuta a guardarsi dentro, a individuare le nostre inquietudini, a difendersi dal "morso dello spirito negativo" e ad affrontare quello stato di "desolazione spirituale" sempre in agguato sulla strada di chi vuole seguire il Vangelo; non manca un'instancabile esortazione alla fiducia, soprattutto quando si cade nei tentacoli delle forze oscure del maligno, perché come scrive Martini in queste pagine: "Tornerà il sereno. Dovremo solo attendere il riapparire del sole interiore, della luce dell'anima, con disposizione paziente, risoluta e coraggiosa".

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CARLO MARIA MARTINI: Chiediamoci: qual è il combattimento a cui siamo chiamati nella esortazione conclusiva della Lettera di Paolo agli Efesini (Ef 6, 10ss)? Vorrei dare tre idee fondamentali, sulle quali dovremo ritornare, per cercare di capire perché san Paolo ci parla di combattimento spirituale, qual è questa battaglia dell’anima e perché la vita cristiana è descritta con la metafora della lotta. Il primo pensiero che propongo è questo. Tutta la storia del mondo può essere vista – ed è vista dalla Scrittura – come una grande lotta. Il libro che conclude, che riassume in qualche maniera la Bibbia, cioè il Libro dell’Apocalisse, ci presenta la storia del mondo proprio come una grande battaglia. Prendiamo qualche brano dal capitolo dodicesimo, che si trova al centro dell’Apocalisse. Ci mostra lo scontro che si dipana fra cielo e terra: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago; il drago combatteva insieme con i suoi angeli». 

È un combattimento che dal firmamento giunge fino all’umanità: il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. Qual è la concezione che fa da sfondo a questi passi dell’Apocalisse e ad altri brani biblici? La storia del mondo è una grande lotta, un ininterrotto combattimento. Non c’è affatto una visione irenica della Storia. Si sfata il mito di un mondo pacifico, nato da un mite germoglio, poi fiorito, che diventerà albero di pace. C’è, al contrario, una visione drammatica, perennemente in balìa di contrasti e violenze.
I contrasti si possono ridurre, essenzialmente, con la semplicità di cui la Bibbia si fa portatrice, a un solo dilemma: riconoscere Dio e metterlo al di sopra di tutto, e quindi ripensare la creazione, la storia e l’esistenza a partire da lui; oppure non riconoscere Dio. Queste due alternative fondamentali sono alle origini della lotta che segna la storia e che rende così drammatica l’esistenza stessa. Tutti gli altri conflitti non sono che parti, applicazioni o momenti di questo conflitto fondamentale che, come si evince, non è scontro di sangue, non è un corpo a corpo fra persone che mirano a stabilire chi è il più forte; è in realtà un conflitto di idee, di sentimenti, di scelte. La prima alternativa riconosce Dio – «dare a Dio ciò che è di Dio», la grande parola di Gesù –, lo pone al centro e concepisce tutta la realtà a partire da lui, facendo convergere verso di lui tutta la realtà e tutto il mondo; questa prospettiva conferisce un senso divino agli uomini e alle cose, alla nostra vita sulla terra; da essa deriva per l’uomo una possibilità di giustizia, di pace, di comprensione, di fraternità. 

È una visuale che comprende e abbraccia in sé tutto l’universo. La seconda alternativa non riconosce Dio; e allora si concepisce l’uomo, la terra, il mondo, prescindendo da lui, negando la dipendenza da lui e mettendo al centro qualche altra cosa: un idolo o, al posto dell’idolo, l’uomo stesso, reso misura di tutte le cose, padrone di tutte le cose, punto assoluto di convergenza; si tenta così di costruire un mondo che ha al centro l’uomo, dal quale tutto nasce e muore. È una visione che affascina tanto i nostri contemporanei, perché sembra realizzabile, così semplice, così chiara e a portata di mano. Non è una visione totalmente negativa o cattiva – peccato, passioni, odio –, no: è una visione che vorrebbe mettere al centro l’uomo e, quindi, subordinare tutto a lui, posto come misura ultima, definitiva, di tutte le cose. È una visione che lotta contro il progetto divino accusandolo di distruggere l’uomo, di non dargli il giusto posto; che combatte fortemente, ansiosamente, per dare all’uomo un posto di preminenza. La “grande guerra”, che si combatte nel mondo dal principio della Creazione (e la Bibbia mette l’arcangelo Michele a capo di questa lotta, colui il cui nome significa «Chi è come Dio?») si gioca su questa disputa cruciale: riconoscere Dio come Amore, e l’uomo come “essere amato da Dio”, capace di amore per Dio, per la terra e i suoi simili; oppure negare Dio e trarne le conseguenze. 


Questa è la lotta della storia. Le due concezioni si oppongono in maniera non conciliabile, in maniera drammatica. Perché la concezione che mette al centro l’uomo non riconosce che quest’uomo è creato da Dio, amato da Dio? Perché, ponendo al centro l’individuo in maniera così assoluta e definitiva, si esclude qualsiasi dipendenza, non c’è alcuna forma di relazione con Qualcosa o Qualcuno al di sopra di lui. Questo è il grande dramma che si svolge ancora oggi, sotto i nostri occhi, ai nostri giorni, nelle vicende delle persone e che, in fondo, viviamo anche noi credenti. In ciascuno di noi, infatti, questo tragico dibattersi si nasconde in modo subdolo, sottile. Per questo è necessario chiedersi: riconosco nella mia vita il primato assoluto di Dio? Oppure voglio mettere me stesso, l’uomo, l’umanità al centro dell’universo, e rifiutare tutto ciò che in qualche maniera mi supera? Di qui tanti atteggiamenti ambigui, tante situazioni che dividono gli uomini mettendoli gli uni contro gli altri, che dilaniano i loro cuori, che entrano anche nella Chiesa, perché nessuna realtà è esente da questa tentazione, da questa lotta. Noi ci siamo dentro e non possiamo uscirne, perché continuamente la vita ci tenta e ci trascina verso questo conflitto di prospettiva. La storia del mondo è questa grande lotta. Secondo pensiero: la vita di Gesù è stata una precisa presa di posizione in questa grande lotta. 

Gesù è venuto a «rendere testimonianza alla verità», come dice di fronte a Pilato (Gv 8, 37); cioè a confermare, con la sua vita e la sua morte, che Dio è al di sopra di tutto, che Dio ci ama, che Dio è l’unico che può veramente saziare la nostra sete di felicità, che Dio si è fatto vicino a noi, che Dio è accessibile attraverso di lui, che Dio vuole salvarci. Gesù è venuto per rendere testimonianza alla centralità e alla prossimità di Dio. Tutta la sua vita è stata spesa per questo. Un Vangelo come quello di Marco, ad esempio

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La prefazione di Enzo Bianchi.
Stare tra voi affinché possiamo insieme gustare il conforto, per mezzo della fede vostra e mia» (Rm 1, 12). Il desiderio espresso dall’apostolo Paolo ai cristiani di Roma è lo stesso che animava quarant’anni fa padre Carlo Maria Martini, allora rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma, nel predicare un corso di esercizi sulla lotta spirituale a una comunità di monache carmelitane.
Ed è lo stesso sentimento che abita il lettore nell’accostarsi a queste pagine inedite, letteralmente riemerse da un cassetto dimenticato e proposte con la freschezza del parlato.

Ricordo il sorriso disincantato con cui il neoarcivescovo di Milano mi confidava di stupirsi per la gran quantità di suoi “libri” appena pubblicati: addirittura due case editrici diverse avevano pubblicato quasi in contemporanea gli stessi esercizi spirituali sul Vangelo di Marco traendoli da due distinte sbobinature delle sue meditazioni... Fino a pochi mesi prima della consacrazione episcopale la sapienza evangelica di padre Martini era nota e grandemente apprezzata solo dal ristretto pubblico degli studiosi di scienze bibliche e in particolare di esegesi neotestamentaria.
Eppure chi come me aveva avuto il dono di conoscere più da vicino il gesuita curatore dell’edizione critica del Nuovo Testamento, ben sapeva di quella sua capacità di lettura spirituale della Scrittura, di quell’ascolto con il cuore che condurrà l’arcivescovo di Milano a rendere partecipi anche gli altri di questa passione per la Scrittura, creando la “scuola della Parola” dove tanti, giovani in particolare, avrebbero potuto cogliere il Vangelo nella sua novità e freschezza, capace di orientare la vita di tutti i giorni e di condurla verso una “dimensione contemplativa”, una visione “altra” di se stessi, degli altri e degli eventi del mondo. Così ritrovare oggi quella freschezza di lettura del Vangelo nelle parole pronunciate a una piccola comunità carmelitana fa sì che davvero possiamo sentire che l’uomo, il cristiano, il vescovo Martini sta ancora con noi e ci fa “gustare insieme il conforto” che viene dalla fede nutrita dall’ascolto. Le meditazioni qui riprese ci parlano di una lotta, quella spirituale, che è il combattimento quotidiano di ciascuno di noi, come lo fu dell’apostolo Paolo e di chiunque, come il cardinal Martini, si fa servo della Parola e decide ogni giorno di prendere su di sé la propria croce per seguire Gesù.
La lotta spirituale del cristiano, infatti, non ha alcun senso se separata dal combattimento vissuto da Gesù nella carne, se scisso dalla sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2, 8), se isolato dall’amore che nutre e sostiene il credente anche e soprattutto nei giorni più oscuri. Così, nella scia della Lettera agli Efesini, Martini parla di combattimento e di armi – corazza, cinturone, scudo, spada, elmo... – così come affronta questioni che solitamente preferiamo avvolgere nell’oblio: le tentazioni, il diavolo e le sue insidie.
Ma il realismo guerriero è solo strumentale alle esigenze evangeliche che richiedono questa lotta senza quartiere: la giustizia, la pace, la familiarità con Dio, l’affidarsi nella fede a rimettere ogni cosa in Dio. Del resto, l’arma suprema che sostiene il combattimento decisivo altra non è che la preghiera, quel fiducioso dialogo con il Signore che ci ascolta e che parla al nostro cuore. Chi ben conosce l’enorme mole di scritti lasciati da Carlo Maria Martini come vescovo e anche le pagine affidate alla stampa dopo il ritiro dalla guida dell’arcidiocesi ambrosiana dirà che in questi testi non vi è nulla che non sia già noto. Eppure leggere queste pagine aiuta a cogliere come dal tesoro della Scrittura «ogni scriba divenuto discepolo del regno trae dal proprio tesoro cose antiche e cose nuove» (Mt 13, 52). È il Martini innamorato della Parola che ritroviamo qui, nella gratuità di una voce libera da preoccupazioni pastorali più o meno immediate, nell’afflato spirituale di chi ha a cuore la propria e l’altrui crescita davanti a Dio, di chi custodisce sì il “sole dentro”, ma vuole anche che illumini e riscaldi quanti gli stanno intorno. Sì, possiamo davvero rallegrarci di ritrovare in queste pagine il Martini che ben conosciamo, l’amante della Parola che ha speso tutta la sua vita affinché la buona notizia del Signore risorto raggiungesse il cuore e l’esistenza di tutti e di ciascuno.